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Far in. Lontano. E’ un concetto in apparenza semplice quello scelto da Roberto Carlos Lange, in arte Helado Negro, come titolo per il suo nuovo lavoro. Prima di questo il dolcissimo This is how you smile che usciva nel 2019. Praticamente ieri. Però in questi due anni il mondo è cambiato radicalmente e ad oggi si trova smembrato tra chi dalla pandemia ha colto un insegnamento prezioso in fatto di sostenibilità, inclusione, riconoscimento di diritti universali e chi, in maniera reazionaria, vuole far finta che nulla sia accaduto.

Lange vive a Brooklyn ma la scrittura di Far in è avvenuta lontano dalla grande mela, più precisamente a Marfa, nel profondo Texas occidentale. Un viaggio fatto insieme alla storica compagna Kristi Sword pensato inizialmente come un break di tre settimane pensato per lavorare a dei progetti visual ma trasformatosi poi, causa lo scoppio della pandemia, in un long-stay di sei mesi. Il primo prodotto generato da quel soggiorno forzato è stato Kite Symphony, Four Variations, sonorizzazione del progetto multimediale di Sword dedicato ai cieli di Marfa: da lì, complice il rallentamento dei ritmi, quello lavorativo in primis (lui stesso ha lamentato un burnout dovuto al ritmo forsennato degli ultimi tour), il bivio tra tornare a un sistema di vita già visto o fare tesoro di quello attuale ha direzionato in maniera inequivocabile la stesura di Far in. Ma se la risposta è quindi, ovviamente, di rallentare e prenderci cura di noi, delle nostre relazioni e del pianeta che ci ospita, come può essa conciliarsi con il concetto di andare lontano?

Helado Negro immagina un luogo della mente, uno spazio di crescita personale per l’appunto “lontano” che si può raggiungere se si ragiona sui propri costumi e si accetta di modificarli. Non è un caso che Far in è forse il disco più spirituale di Lange, meno immediato di This is how you smile ma di certo il suo più profondo e stratificato. Nonostante la copertina (un selfie ante litteram scattato nel 1988 nel suo primo viaggio in Ecuador), Far in non è solo un disco che parla di sé in maniera circolare quanto piuttosto un disco universale i cui temi riguardano tutti noi. Basti pensare a brani come Outside the outside in cui ben si materializza la gioventù di un Lange figlio di immigrati in un’America mai troppo inclusiva, Aguas Frias dove il discorso identitario si realizza intorno alla ripetizione del proprio nome, una Telescope dedicata a una madre che non può, per il momento, riabbracciare o La naranja, una «preghiera per l’apocalisse» come l’ha definita il NY Times.

Niente di ponderoso però, il groove che pervade tutto l’album fa venire voglia di ballare proprio come succedeva in casa Lange quando feste con tante persone si chiudevano con balli fino a notte fonda. La nostalgia del dancefloor casalingo raccoglie in una grande rete tanto Salsa, merengue e, più in generale, i ritmi latini cari a Lange, quanto synth, funky e le linee di basso tanto care agli anni 80 (lo stesso Lange ha ammesso di aver dato, rispetto al passato, grande rilievo a queste ultime). Una grande festa caleidoscopica in salsa chill insomma, intervallata però da momenti di puro lirismo dal vago sapore cosmico (There must be a song like you anyone?), riesce nell’impresa di sostenere una tracklist piuttosto lunga per un album che non sia hip-hop.

C’è indubbiamente un cortocircuito tra quella foto scattata in Ecuador e i grandi cieli di Marfa. É la manifestazione di una profonda crisi identitaria che coinvolge tutti (o almeno chi è in grado di farlo), e Far in ne è una stupenda e ben riuscita indagine.

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