Recensioni

Restless Ones è il quinto album in studio degli Heartless Bastards, ma è il secondo con una line-up fissa e determinata. Dopo gli andirivieni dei primi anni, è solo dal precedente Arrow che i Nostri sono riusciti a dare continuità a una formazione che, evidentemente, funziona. La sezione ritmica affidata a Jesse Ebaugh e Dave Colvin e le chitarre di Mark Nathan completano il quadro musicale e sostengono la potente voce di Erika Wennerstrom, principale elemento su cui si è sempre fondata la struttura della band. Inoltre, è stato chiamato alla produzione John Congleton, noto per le collaborazioni con St. Vincent, Angel Olsen e Swans, per un disco registrato presso i Sonic Ranch di El Paso, in Texas.
E chissà che il Texas non sia stato di ispirazione in qualche modo, visti i paesaggi desertici che le chitarre pseudo-country descrivono sulle corde. Nonostante la band, in questo nuovo lavoro, sembri più unita intimamente col rock’n’roll 70s – e a tratti anche col grunge, visti i catalitici fuzz – mantiene il sostrato musicale che la caratterizza fin dagli esordi, con elementi di blues e di Americana. Questo alt-country fa da filo conduttore alla produzione dei musicisti, che si discosta poco dalla strada maestra, se non nei pezzi che suonano più classic rock o folk come l’incipit Wind Up Bird o Gates of dawn. Americanità da vendere, insomma, residui tompettiani, ballate hillbilly, tracce aride di blues.
La voce della Erika Wennerstrom rimane comunque il cardine attorno al quale gli Heartless Bastards tratteggiano la propria cifra creativa: voce quasi maschile e dura, anche se meno grezza di quello che potrebbe sembrare. Nelle ballate più lente in stile honky-tonk come Journey, il cantato strascicato si alterna a una certa forma di lirismo empatico – come anche in Pocket Full of Thirst – che li avvicina al cantautorato in stile Neil Young. Into the Light è una traccia più indie-rock nel ritmo, in The Fool la sezione ritmica rende multiforme materiale musicale che resta in generale abbastanza standardizzato. Il pezzo più singolare è Tristessa, come chiosa del disco: uno psych-rock interessante e distorto.
Potrebbe essere l’album della maturità, ma la cosa non è immediata all’ascolto, forse per la difficoltà che hanno i Nostri di deviare dal percorso stabilito.
Amazon
