Recensioni

Arrow è il disco nazionalpopolare degli Heartless Bastards. Suggestioni da artwork, che ci rimandano ai grandi landscapes americani, alla caccia al bufalo, ma non solo. La band di base a Austin alza l’asticella delle proprie ambizioni con un lavoro alla ricerca del perfetto equilibrio tra passato e presente, tra indie rock e Crazy horse.
C’è stato tempo per qualche cambiamento in seno al gruppo rispetto al precedente The Mountain. Il passaggio alla Partisan records, l’allargamento della line-up da tre a quattro elementi con l’aggiunta di un altro chitarrista (Mark Nathan), anche se poi è sempre il talento di Erika Wennerstrom a farla da padrona. Ma è un vento di novità che ha fatto bene al gruppo, perché le dieci tracce qui contenute sono forse le più ispirate della loro carriera. E’ un disco di riconciliazione con il mondo: si parte con il folk soffuso ed elettrificato di Marathon che più States non si può (Staring out at the city skylights/a marathon is going down the street/and we’re all racing for our own reasons/and sometimes in the middle we all meet/on this long race home), il singolo Parted Ways ispirato da Whiskey in the Jar dei Thin lizzy, ed ancora il rock dei T. rex che aleggia in Got to have rock and roll, per un trittico che è già da repeat. Poi si espande la policromia: Only you è una ballata dolce e confortevole dominata dalla splendidi vocalizzi della Wennestrom, mentre Simple feeling e Skin and bone allacciano ponti con i più odierni Drive by truckers e Blitzen trapper. A chiudere l’elegia drammatica di The arrow killed the beast, il country finto prewar di Low low low, e appunto le assonanze con Neil Young e i Crazy Horse: Late in the Night ma soprattutto il finale hangover di Down in The canyon.
Un suono caldo, intimo e rock, ecco quello che ci propongono gli Heartless Bastards con Arrow. E noi non dobbiamo far altro che accoglierlo a braccia aperte.
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