Recensioni
Innsbruck, 3-5 settembre 2021
Heart of Noise 2021
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Alessandro Pogliani
- 13 Settembre 2021

Andiamo su nei monti, nei monti del Tirolo / Cantiamo tutti in coro: Heart of Noise che bontà
L’epigrafe di questa gonzo-review si fa un baffo del buon gusto, della geografia (gli gnomi dei wafer vengono dall’Alto Adige-Südtirol, per la precisione) e della metrica: eppure lodiamo così, giocando con l’amarcord di cult/trash advertising, questo piccolo-grande festival organizzato nella piccola-grande Innsbruck (un gioiellino mitteleuropeo incastonato tra le alpi austriache, che ci attende passato il Brennero e subito scesi dal Ponte Europa). Questa, datata 2021, è stata l’undicesima edizione dell’Heart of Noise, con cui noi di Sentireascoltare continuiamo a trovare nessuna divergenza e tante affinità: il buon Luca Roncoroni aveva coperto con piacevole arguzia le edizioni del 2015, del 2016 e del 2018.
Nel Cuore del Rumore c’è musica elettronica, ma non solo. C’è musica, ma non solo (danza, architettura, installazioni). Line-up gender-balanced e variegata all’amarena: dall’astrattismo sonoro più estremo all’indie-pop rock più convenzionale, dal post-rock più noise al death metal più tecnico. Sperimentazioni, ibridazioni, siti inconsueti (per dire: un tram). Organizzazione precisa e sorridente. Attenzione mitteleuropea alla qualità del suono e delle proiezioni video. Le pratiche di verifica della certificazione 3G (geimpft, getestet, genesen: vaccinato, testato o guarito – io, possessore di Green Pass, rientro nella prima ipotesi) vengono sbrigate con serenità, e finalmente si può tornare a godere dell’esperienza-concerto. Sottotitolo dell’edizione 2021: Live is Good. Sottoscrivo, anzi rilancio: Live is Vital. Respiro.
Day 1 – Venerdì 3 settembre 2021
Si parte alle 20.00 o giù di lì. La Kongresshaus Dogana è accogliente e ottimamente attrezzata. Acustica curata, nessun problema di affollamento (i posti a sedere sono molti di più delle persone presenti). Apre la serata Robert Henke aka Monolake, con il suo progetto CBM 8032, già visto anche in Italia (non da me). Famiglia di ingegneri, studi in computer science, co-sviluppatore di Ableton Live, Henke introduce lo show con uno speech esplicativo. Sul palco ci sono cinque computer Commodore del 1980, che gestiti dall’operatore (lui, Henke) saranno responsabili di tutti i suoni e tutte le grafiche video proiettate su maxischermo. Il risultato è un affascinante immersione in una inedita puntata di SuperQuark, tra tecno-archeologia, live programming e retromania ubernerd. Necessariamente minimal e monocromo, l’esercizio di stile convince, ma senza troppi sussulti: alla fine, rispetto all’output, rimane più interessante il processo. Dettaglio piacevolissimo: il suono delle dita di Henke che battono sui tasti del computer intervenendo live nei pattern di sequenziamento.

Secondo act: ROTOЯ, presentato dal collettivo NO1 (ovvero Peter Kutin, Mathias Lenz e Patrik Lechner). In scena non c’è nessuno, solo una strana scultura/faro/sirena quadriforme di plastica e metallo. Tutto è costruito esclusivamente sull’amplificazione dei feedback sonori e dagli effetti luminosi prodotti dalla rotazione dell’artefatto. L’effetto è clamoroso, ipnotico, allucinogeno. La rotazione è così veloce da far prendere all’oggetto una forma quasi ologrammatica. Il riferimento teorico è Paul Virilio e il suo concetto di dromologia, la scienza della velocità, ma qui la pratica supera di gran lunga la teoria. Per me, uno dei picchi del festival. E siamo solo agli inizi!

I Radian salgono sul palco per il terzo show in programma. È da qualche anno che non abbiamo notizie discografiche del trio internazionale (l’austriaco Martin Brandlmayr, lo svedese John Norman e il tedesco Martin Siewert) con base a Vienna, ma è previsto un nuovo album nel 2022, che ora in parte si rivela. Il post-rock tendente all’industrial noise del gruppo è più rigoroso che mai, ma nella compattezza del muro di suono si aprono brecce impro quasi liriche.

L’ottima prima serata del festival è chiusa dalla toccante esibizione haunted ambient di François J. Bonnet (Kassel Jaeger, Ina-GRM) e Stephen O’Malley (SUNN O)))), dedicata a Peter “Pita” Rehberg recentemente scomparso. Un dialogo intenso tra chitarre lontane sempre presenti ed effetti elettronici dilatanti e dilanianti, sulla falsariga del bel Cylene, doppiato recentemente da Cylene Suisse Redux.

Day 2 – Sabato 4 settembre 2021
Dopo aver assistito nel primo pomeriggio (nel Kunstpavillion, padiglione d’arte nell’Hofgarten di Innsbruck) all’assalto frontale-emotivo di Onirica, intenso spettacolo di danza-non-danza pensato e diretto da Marta Navaridas e interpretato da tre super-espressivi performer, che sul tappeto sonoro intessuto in diretta da un arpista e un producer elettronico mettono blu su bianco (ognuno armato di pennarello) la tensione delle relazioni tra i corpi, lasciando andare istinto e inconscio, restiamo nei giardini all’inglese del parco per il programma pomeridiano di concerti al Musikpavillion.
Potendo contenere non più di una cinquantina di persone, la struttura è perfetta per sessioni d’ascolto intime e raccolte: occasione d’oro per approcciare senza particolari aspettative le proposte più giovani del festival. Oï les Ox è il moniker con cui si presenta la francese (ma con base a Bruxelles) Aude Van Wyller, delicata poetessa elettronica: il suo set sognante ma intricato («una timida julia holter transalpina», scriverebbe il vero gonzo-giornalista) invoglia ad approfondire la conoscenza del suo mondo (si può fare sul suo Bandcamp).

Segue Maria Spivak e la sua offerta di sereno/umbratile dream pop, che noi del pubblico accettiamo con piacere: lei sirena, noi Ulisse. La cipriota pubblica per la Ecstatic di Alessio Natalizia (ne avevamo parlato qui) e fa capolino anche nell’ultimo di Not Waving: prendere nota.

La sessione serale al Congress Dogana è aperta dal concerto di Lukas Moritz Wegscheider, in presentazione dell’album doppio in vinile che si aggiunge alle pubblicazioni firmate Heart of Noise: Not Even Stalin Wiretapped the Dead, versione discografica dell’installazione presentata nella scorsa edizione del festival. Al di là del paratesto, tra transumanesimo e cosmonautica sovietica, l’impatto sonico dell’opera è fenomenale e mette a dura prova i miei timpani, coraggiosamente ma incautamente non protetti dai tappi.

Proseguendo il filone di elettronica radicalmente astratta, seguono tre show sci-hi-fi A+V uno più interessante dell’altro: 1. Robert Lippok & Lillevan, con un lavoro ispirato alle saccadi, gli impercettibili rapidi movimenti oculari necessari per contestualizzare la visione nello spaziotempo (il materiale sonoro rielaborato live è tratto dall’Ems Synthi 100 di David Cockerell);

2. Franck Vigroux & Kurt d’Haeseleer: The Island è ispirato alle trasformazioni geomentali derivanti dalle sommersioni causate dalle dighe idroelettriche, e direi che basta questa descrizione da press release a delineare il senso di ineluttabile tsunami emotivo provocato dal combinato disposto di audio e video;

3. lo spleen gotico di Kistvaen, by Roly Porter + MFO, chiude maestosamente un’altra giornata gloriosa di musica e arte. Fosse sempre così la vita.

Day 3 – Domenica 5 settembre 2021
Giornata densissima. Alle 14.00 si parte, letteralmente: saliamo sul tram alla fermata Leipziger Platz e per due ore viaggiamo (dalle vie del centro salendo su fino a Kreith e ritorno) accompagnati dalle composizioni elettroniche di due bravissime artiste: all’andata la scandinava Marja Ahti propone il suo lavoro acusmatico sulle correnti, al ritorno la tedesca Nika Son elabora frammentati paesaggi elettronici. Esperienza super! Nel caso si voglia vagamente provare l’effetto, si può salire su un mezzo pubblico a caso in una città sconosciuta con in cuffia The Current Inside e To Eeyore.

Pochi minuti a piedi, e torniamo al Musikpavillion. Lì ascoltiamo la progressione elettronica piena di suggestioni e rimandi field, purtroppo afflitta da qualche schiocco di troppo (l’unica defaillance tecnica di tutto il festival) di Joseph Kamaru aka KMRU, giovane kenyano residente a Berlino, già molto attivo discograficamente (compresa un’uscita su Editions Mego). Teniamolo d’occhio.

Segue Ronce, il personaggio con cui la francese Zoë Villerd mette in scena catarticamente il trauma di passati abusi subiti. Minuta, fragile ma potente, tremante ma decisissima, Ronce cammina tra il pubblico, si sdraia a terra, dialoga con il laptop e gli effetti, tra spoken rimbaudiani, urla, risate infernali, lacrime. La tensione emotiva viene sciolta solo alla fine della performance, con tantissimi applausi. Coinvolgente, bravissima.

Lo show all-drums di Katharina Ernst, one-woman-band perfettamente a suo agio tra poliritmi e ibridazioni elettro-acustiche, chiude un altro pomeriggio coi fiocchi.

Il programma della sera sia apre con l’indie pop-rock cantato in tedesco dei Die Sterne, band di Amburgo in pista dai primi anni Novanta: solidi e scanzonati, entusiasmano il pubblico locale. Non è la mia tazza di te, così come non dovrebbe esserlo pure la prossima proposta in scaletta, eppure…

…L’impatto del concerto degli Ad Nauseam, unici italiani nella lineup (vengono da Schio, alto vicentino), è stupefacente: il virtuosismo tecnico, la compattezza della formazione, le ricercatezze armoniche e disarmoniche fanno trascendere il quartetto (evidentemente colto, appassionato e curioso – li abbiamo visti tra il pubblico del pomeriggio al Musikpavillion) oltre le regole canoniche del death metal verso una golosa complessità musicale. Nella valanga di suono si fanno largo complesse poliritmie, polifonie atonali, rimandi all’avanguardia del Novecento, complessi calcoli math, potenti squarci kingcrimsoniani, free jazz… Il pubblico del festival apprezza e approva. Momento clou: il progressivo rallentamento dei bpm in Human Interface To No God (la traccia che chiude il loro album Imperative Imperceptible Impulse, ora in ascolto mentre scrivo queste righe).

Nella serata di gran lunga più eterogenea di questa edizione del festival, agli Ad Nauseam segue uno dei personaggi più rilevanti dell’elettronica tedesca degli ultimi 30 anni: Frank Bretschneider reinterpreta, con il supporto del visual artist Pierce Warnecke (che utilizza per le proiezioni una particolare strumentazione digital-analogica), Sinn+Form, il progetto del 2015 incentrato sui suoni ricavati dagli storici synth Buchla e Serge degli studi EMS di Stoccolma. Il cofondatore di Raster-Noton si dimostra particolarmente ispirato nel gestire live la casualità, e Warnecke è attento a cogliere le mutazioni dell’evento. L’angelo della storia procede guardando indietro, verso le avanguardie artistiche del XIX secolo.

Il compito di chiudere il festival spetta a Kyoka, che in rappresentanza di Lena Andersson, il progetto in duo con Eomac inserito nel programma, fa finalmente ballare il pubblico del festival sparando un set di mutant techno variegato e godibile. La giapponese parte seria e concentrata ma presto si scioglie e, tra risate e saltelli, mette tutti di buonumore. Buona notte Heart of Noise, e grazie di tutto.

Testi e immagini di Alessandro Pogliani
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