Recensioni

C’è dell’ironia nella cupezza nero pece degli Have A Nice Life. L’augurio di una buona vita, Dan Barrett e Tim Macuga, l’hanno covato nell’isolamento del Connecticut, al riparo dall’esterno grazie alla stesura delle prime «canzoni acustiche stranamente aggressive». In qualche maniera hanno precorso il ritorno post-punk che ha incendiato parte degli ultimi anni 10. Buffo, visto che il loro primo album, l’imponente Deathconsciousness del 2008, è passato inizialmente inosservato per poi divenire un autentico culto, tanto da venire eseguito di recente in toto sul Palco del Roadburn Festival, in Olanda: un doppio, un concept sulla morte con il dipinto di Jacques-Louis David raffigurante Marat in copertina. Roba ambiziosa, seppur lo-fi, che centrifugava new wave e post-rock, shoegaze, emo-core e industrial in affreschi apocalittici senza tempo. Il successivo The Unnatural World, del 2014, gli era però persino superiore nella resa d’ascolto, in quanto sempre infernalmente liturgico ma più compatto, tra colate elettriche, battiti marziali, rumorismo e attitudine dark-doom post-Eighties.
Ideologicamente refrattari all’era del digitale, azzarderemmo vecchio stampo, Barrett e Macuga hanno sempre parlato di temi come la depressione o la tendenza al suicidio, forse riuscendo a esorcizzarli a livello personale. In Sea Of Worry prosegue il senso di spaesamento causato dall’esistenza in società, ma stavolta a essere sviscerato è il terrore: «quello dell’invecchiamento, della crescita dei propri figli e di un futuro via via più incerto». In queste sette nuove tracce c’è anche una backing band, composta da Myke Cameron al basso, Rich Otero a batteria, synth e programmazioni, Joe Streeter alla chitarra – dal vivo, si aggiunge Cody Kestigian ai visual. C’è da dire, dunque, che al terzo album la formula si fa ancora più concisa, probabilmente più semplice e inquadrata, se non inquadrabile: nel nichilismo della title track spuntano addirittura cori canticchiabili, certo, in mezzo ad asperità e dissonanze varie, mentre nel fuoco sintetico di Science Beat si scorge chiaramente l’ombra di Ian Curtis e Traspassers W si alimenta con le diavolerie blues tipiche del r’n’r. C’è uno strumentale di amniotiche sospensioni drone-ambient, Everything We Forget, e ci sono comunque episodi più estesi: dal goticismo sacro-profano di Dracula Bells all’ipnotico gioco di delicatezze ed esplosioni fragorose di Lords Of Tresserhorn, non troppo distante da certi Godpeed You! Black Emperor, sino alla conclusione affidata a Destinos, spoken di interrogativi filosofici che sfocia in un’intensa pacificazione di corde e riverberi. Non il disco della vita, per il duo statunitense, eppure un bel modo per viversi la maturità, qualsiasi accidente di cosa voglia dire.
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