Recensioni

7.5

È una tensione continua, vibrante, quella che definisce tutti i quasi 40 minuti che riempiono Blue Ghost Blues. Una lotta, impari, coi demoni che attanagliano un progetto nuovo nella forma (un lontano esordio nel millennio scorso e poi tanto silenzio) ma non nei protagonisti. A tirare le fila di Haunted House è infatti un personaggio del calibro di Loren Connors, accompagnato da un altro nome storico come Andrew Burnes dei San Agustìn alla chitarra, dalla voce della compagna Suzanne Langille e dalla batteria di Neel Murgai.

Un blues sofferto, diluito, cavernoso e posseduto, sfaldato e maciullato proprio come una colonna sonora ideale della casa infestata che dona il nome all’intero progetto. Che traina la psychedelia più avant-bluesy sul terreno della trasfigurazione, imputridendola con scarti di risulta, escrescenze noisy, dolorose attualizzazioni "haunted" fatte di vuoti mefitici e pieni chitarristici sempre in tensione. Con un Connors al solito a pienissimo agio tra riverberi  e avant-chitarrismo ma con un gusto personale nel reminder del flusso ipnotico post-floydiano virato al nero. Come negli undici e passa minuti in cui viene dilatata, devastata, rivoltata la title track, lontana anni-luce dall’originale del blues-man Lonnie Johnson ma capace di mantenerne tutta la sofferente forza. Tradizione e innovazione, rispetto e rottura. O come nella altrettanto acida visione di Thomas Paine, batteria metallica in lontananza figlia del Mason più inacidito e tribale, chitarre allo scontro in nome della destrutturazione avant-blues, voce ferina a far da collante, ora quieta, ora invasata come una Lunch ringiovanita. O infine, nelle atmosfere spettrali e scarnificate che pervadono l’intero lavoro, fatte di vuoti più che di pieni, di assenze sempre pronte ad esplodere e che invece implodono in un universo di feedback autistici e paesaggi disossati, slanci ancestrali e tremendamente disperati. Un album di una bellezza lancinante.

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