Recensioni

Hater, al tempo dei social, non è certo un complimento. Però agli artisti si concede la “licenza” e siamo perlomeno già alla seconda band che negli ultimi trent’anni ha scelto di chiamarsi così. Prima c’era stato il supergruppo di Seattle fondato dal bassista dei Soundgarden, Ben Sheperd, e che aveva in line up anche Matt Cameron, all’epoca anche lui membro dei Soundgarden ma che poi sarebbe entrato nei Pearl Jam.
Questi Hater invece vengono dalla Svezia e fanno tutt’altro genere musicale, innestandosi su un filone indie-pop dai contorni prevalentemente dreamy, almeno per come si erano presentati all’inizio. Perché già questo nuovo lavoro in studio spariglia le carte, con un suono complessivamente meno sfumato e che fa emergere con maggiore evidenza le velleità melodiose della band di Malmö guidata dalla vocalist Caroline Landahl, la quale oltre a essere il perno del processo di scrittura del quartetto riesce a muoversi con invidiabile disinvoltura tra i registri canori di una Sandoval (Mazzy Star), di una Fraser (Cocteau Twins) e di una Goswell (Slowdive), però aggiungendo almeno tre ingredienti: il piglio zuccheroso/cantilenante di una Nina Persson (Cardigans), un afflato complessivamente post-grunge, ma anche il non ricacciarsi in gola quel sapore acidulo che a volte le risale su di certe cantautrici stellestrisce di stampo 90s come Tori Amos o ancora di più Sheryl Crow.
La nuova prova del combo, di cui su SA si era già parlato in merito all’esordio You Tried (2017), è superata a pieni voti a mezzo di una visionaria e drammatica, ma quel che più conta, solidissima, miscela sonora che si rifà all’estetica noise/lo-fi/shoegaze, attingendo al patrimonio dei padri storici e reclamando la sua parte di eredità che i fratelli maggiori venuti su nel corso degli anni credevano di potersi imbertare impunemente. Perché se da un lato l’overture dell’iniziale Something richiama lo squinternato, ancorché sagace, incedere di certe trame Pixies, I’m Yours Baby in certi punti innalza muri sonici, Proven Wrong sembra l’outtake di un’ipotetica collaborazione tra Pavement e Afghan Whigs e la conclusiva Hopes High ha quell’irresistibile sapore My Bloody Valentine, in Bad Luck la mareggiata montante la ammiriamo dal patio di una Beach House e Summer Turns To Heartburn ci riporta tra i gialli e infiniti campi di girasoli georgiani cari ai Deerhunter.
Ma ci mettono anche molto del loro, questi svedesini, a cui non solo non fa difetto l’ispirazione ma anche la sincerità, ovviamente nel senso di autenticità artistica. E allora hater e sincere sembrano termini messi in fila apposta per dire che gli hater, intesi come categoria social… ogica, non esistono e sono solo coloro che, magari in modo più diretto, ci dicono ciò che non vogliamo sentirci dire. Fermo restando che ciò che hanno da dire questi concittadini di Ibrahimovic lo ascoltiamo più che volentieri.
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