Recensioni

Il primo disco dopo quattro anni segna una svolta parziale per Sean Tillman: approdato all’etichetta di Casablancas e messa su una vera band che lo segue anche live, il provocatore in mutande sembra voler privilegiare il musicista rispetto al personaggio. Non che non lo fosse anche prima (benché suoni strano sapere che ha fatto il percussionista in tour per i Neon Neon), ma questo nuovo disco sembra intraprendere un discorso magari non d’avanguardia, ma almeno con un idea più strutturata e compiuta di prima.
Siamo sempre al gioco sulla black music, qui esplorata come in un catalogo: il doo wop (Lady You Shot Me), lo stomp (Don’t Make Me Hit You), il funky (Late Night Morning Light), lo Studio 54 (Prisoner, con Fabrizio Moretti), le ballatone da girl band (Restless Leg) ecc… Una vetrina che si mimetizza bene all’interno del soul/r’nb revival recente: se Amy ripercorreva Aretha, Charles Bradley visita i secondi anni ’60, The Excitements sostanzialmente pure e Nick Waterhouse va invece più indietro, il nostro spazia, ottenendo coerenza sia grazie al fatto di affidarsi ad un gruppo, sia con una produzione deliberatamente lo-fi, con un tocco personale dato da insertini di chitarra distorta e/o di synth affogati nell’impasto sonoro generale.
Il risultato è anche divertente, poi però qualche testo incappa nelle solite scivolate nel cattivo gusto, e www sembra una copia di un pezzo di per sé già ultraclassico come la Last Kiss ripresa a un certo punto anche dai Pearl Jam.
Si gioca, insomma, ma seppur tra alti e bassi, lo si fa un po’ più sul serio.
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