Recensioni

Classe 1997, Hannah Frances è una poliedrica artista americana: cantante, chitarrista, compositrice, educatrice e divulgatrice culturale sono i titoli in cui ci si imbatte scorrendo la sua biografia. Keeper of the Shepherd è la sua quinta prova, in uscita il 1 Marzo via Ruination, e rappresenta un nuovo snodo in una carriera iniziata nel 2018, (in)seguendo suggestioni sonore e sghembe accordature sulle tracce di Joni Mitchell e Nick Drake, colonne portanti di una prova breve (appena sette tracce) ma densa e stratificata.
Un disco che – come ammesso dalla stessa artista – è “semplicemente sgorgato come un fiume in piena” dopo una lunga pausa causata da un blocco emotivo che ha avuto ripercussioni anche sulla stessa scrittura e lavorazione al disco: Keeper of the Shepherd è il racconto di una riappacificazione con un passato ingombrante, minato dall’improvvisa scomparsa di suo padre per un improvviso attacco di cuore. Un album che parla di perdita, di morte, di relazioni recise ma anche di perdono – soprattutto per sé stessi – proprio per aver deciso erroneamente di sotterrare emozioni e ricordi difficili da accogliere.
Hannah li esorcizza percorrendo una strada che partendo dal più introspettivo Drake, con drappeggi chitarristici a segnarne il profilo (Bronwyn), sconfina in terreni alt-country (nella title-track) sulle tracce di un’arrembante Joni Mitchell: parliamo di una ricerca espressiva che trova raison d’être nel mettere in dialogo un etereo avant-folk (Woolgathering) con echi prog (Husk, Haunted Landscape, Echoing Cave) e contrappunti jazzy (Vacant Intimacies), modulando e spalmando la propria vocalità su giri armonici sempre cangianti che ricordano incursioni in quota Ryley Walker. Come baciato dalla grazia di una delle migliori prove alt-folk di questo 2024 – parliamo del Bright Future auspicato dalla cantautrice Adrianne Lenker – il ritorno di Hannah Frances ne conferma le doti autoriali proprio mentre è lei stessa a scoprirsi, improvvisamente, adulta.
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