Recensioni

Cognome altisonante ma – a quanto ci risulta – nessuna parentela diretta con il Leonard più noto alle cronache musicali. Anche se Hannah Cohen è una che la musica e l'arte le respira fin dall'infanzia, figlia di un batterista jazz e nipote di un Bertie Rodgers poeta e amico di Dylan Thomas. Cresce a San Francisco per poi lavorare come modella e stabilirsi a New York, città in cui diventa prima musa di fotografi affermati, poi fotografa anch'essa, poi musicista, con tanto di chitarra acustica al collo e un pugno di folk song stropicciate alla ricerca del produttore più adatto. E' Thomas Bartlett aka Doveman – già musicista di supporto di The National e Antony & The Johnsons – a dare al materiale la giusta prospettiva: eleganza, minimalismo, archi, batterie risicatissime, ampiezza e morbidezza.
Fiona Apple (The Simplest) e Vashti Bunyan, Josephine Foster e Cat Power (Don't Say), in un disco d'esordio di cui si scoprono tutti i sapori solo dopo qualche ascolto. Oltre alla musica, poi, c'è il “giro giusto” che Bartlett si porta appresso – collaboratori di primo piano come Rob Moose (Bon Iver, Antony & The Johnsons) o Kenny Wollesen (John Zorn, Bill Frisell) – ma anche quello di una Cohen stilosa ed evidentemente insertita in un circuito artistico già ben rodato (basta vedere il dietro le quinte dei suoi video per accorgersene). Tanto che per cinque minuti ti viene anche da pensare che la ragazza ci faccia, manco si trattasse di un'ennesima Carla Bruni. Poi però diventa chiaro che la qualità c'è eccome, anche quando si arriva inevitabilmente a certe cadenze arty à la Antony & The Johnsons come quelle di The Crying Game. Un sostanza che va oltre l'effimero, dribbla il lezioso e si pianta direttamente nel cuore.
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