Recensioni

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Mettiamo per un attimo da parte i dispiaceri calcistici e l’insensibilità dell’IKEA verso i suoi dipendenti: se apriamo il vocabolario svedese e scorriamo fino alla voce hån incorriamo in varie definizioni che vanno da «ridere di» a «mangiare avidamente». Si tratta di due contesti che si potrebbero applicare tranquillamente a Giulia Fontana, ragazza lombarda e classe 1996 che dopo varie esperienze in più band ha preso il suo tempo e, armata di chitarra e voce, ha dato alla luce la sua creatura artistica: HÅN. Fedele alla linea della sua etichetta, quella Factory Flaws già casa di L I MPorcelain RaftGiungla e da pochissimo anche dei Klune, la nostra Giulia è attratta fatalmente dalle sonorità inglesi (in primis quelle verbali) e si trova a suo agio a navigare attorno all’arcipelago sonoro pop lambito da brezze di synth, suoni anni ’80 e un prefisso “art-” che mai come in questo caso sembra calzare alla perfezione. Anche se la musica di HÅN è molto emotiva, sentimentale a tratti, si può notare nelle sue crepe uno spirito giovanile che fa leva sulla nostalgia di tempi passati ma conserva la sua leggerezza e, soprattutto, la determinazione a sfidare i propri limiti (per rimanere fedeli al motto «stay hungry, stay foolish»). Ecco perché la nostra intuizione filologica sulla scelta di questo nome potrebbe calzare.

Supposizioni a parte, The Children è un EP che raccoglie quanto seminato in questi mesi dalla Fontana, con l’aggiunta di quattro remix arrangiati dalla band padovana Klune (1986), dal progetto elettronico A Safe Shelter (Hands), dal producer bresciano Daykoda (The Children) e dal dj Kharfi insieme al fiorentino Greg Haway. La messa che costituisce il centro focale di questo album si regge su singoli che hanno avuto un’ottima accoglienza sia sui siti stranieri che sulle playlist di Spotify, abilmente introdotti da Intro dove atmosfere dreamy, percussioni profonde, clap e una voce decisa ci proiettano ad anni luce da qui. È un po’ come vedere il futuro che balla sul dancefloor, mentre attorno l’upside down cristallizza le emozioni. Le stesse sensazioni incastrate in polaroid sonore apparentemente fredde ma che in realtà nascondono il calore umano di legami forti e ricordi d’infanzia che traspaiono negli altri brani: The Children (I See No Home) cambia forma e parte da atmosfere terse per poi esplodere in ritmi serrati e in un ipnotico cantato pop. Meno tesa e più rasserenante, 1986 lascia lo spazio necessario alla melodia per farla prevalere sul resto grazie ad arpeggiatori e strati di tastiere abbozzati ma incisivi. Ancora più intimista invece una Hands che lascia aperta la porta a possibili contaminazioni per un sound in divenire e quindi assolutamente degno di attenzione.

A questo punto potremmo aprire una discussione lunga chilometri su quanto sia importante quantomeno provare a presentare un progetto che, nonostante sia pensato e prodotto in Italia, possa avere successo all’estero. Potremmo disquisire sull’importanza della pronuncia e sul fatto che la scelta di cantare in italiano o inglese dipenda esclusivamente da quello che l’artista predilige in base al proprio sound. Potremmo …no, basta così perché tutte le risposte a questi dubbi amletici che affliggono tutto ciò che gravita nel reparto musicale italico sono in questo EP. Ascoltarlo è d’obbligo, apprezzarlo quasi scontato.

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