Recensioni

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C’è un che di estremamente evocativo da parte di Hamilton Leithauser nella scelta della copertina del suo nuovo album da solista, The loves of your life. La foto in bianco e nero, la scelta del font e del colore dello stesso riportano immediatamente a quel London Calling che lo scorso anno ha spento quaranta candeline.

Quale il primo pensiero a questo punto? Magari quello di un album che trae la propria ispirazione dal rifiuto dell’ortodossia, aperto ed eclettico nei confronti del contemporaneo, urgentissima risposta ad un richiamo impellente. Suggestione? Volo pindarico? Probabile. Tuttavia qui Leithauser mette insieme una geografia dei propri rapporti personali, dedicando praticamente ogni traccia ad una persona diversa, ad un’esperienza diversa. Un romanzo di formazione che può arrivare, con questo livello di sensibilità, solo in un momento della vita contraddistinto da massima ricettività e trasporto. Per questo non vi è condanna del passato ma solo rielaborazione ex post: «Sweet dreams never burned you down but none of them have answers now, baby» (Isabella). Difficile credere a quanto sia stata DIY la realizzazione di questo album, prodotto e missato nel suo studio casalingo e che ha visto coinvolte anche moglie e figlie in The garbage man e The old king, ma dall’impatto estremamente corale, collettivo, collaborativo. L’idea di Leithauser è dunque quella di guidarci all’interno di storie normalissime, comuni quanto straordinarie nella loro unicità, e di farlo abbandonandosi spesso a un crooning spurio e avvolgente (decisamente di più rispetto a Bublè).

Sinatra, Tom Waits, Johnny Cash, Everly Brothers, Elliott Smith come voci narranti, lasciando spazio alle correnti agitate degli Avalanches, allo zigzagare dei The War on Drugs, al piglio dei Vampire Weekend (e, ovviamente, Rostam Batmanglij) e, più in generale, ad un immaginario che guarda a sud, che strizza l’occhio all’individuo e non alle ideologie. Se, tornando ai Clash, sentenziare che «The ice age is coming, the sun is zooming in […] but I have no fear» sembra una constatazione quanto mai calzante ai giorni nostri, Leithauser quasi rispondendo afferma: «The sun is coming up and my heart is filled with hope». Perché in fondo chi di noi, almeno per una volta, non vorrebbe riuscire a ripercorrere il proprio passato senza cadere nelle sue trappole, nei suoi vuoti? Tracciare una mappa di quello che è stato e farne tesoro per il futuro. 

A 42 anni, Hamilton Leithauser, con una dignità disarmante, ha cominciato a raccontare, lasciando schiudere numerose gemme legate al suo passato per poi trasformarle in qualcosa di completamente nuovo. Questo gli ha permesso di realizzare il suo migliore lavoro da solista.

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