Recensioni
6.2

A detta dei comunicati stampa, il nuovo disco di Ashley Nicolette Frangipane avrebbe dovuto rappresentare un netto cambio di prospettiva nei confronti del mix di synth e avant-pop che caratterizzava il precedente Manic. Uno degli ingredienti principali deputati alla variazione di rotta sarebbe stata la produzione e la scrittura di buona parte dei brani ad opera dei numi tutelari del mainstream/industrial Trent Reznor e Atticus Ross, compositori da qualche anno a questa parte di molte colonne sonore di successo (vedi ad esempio quella della pluripremiata serie Watchmen). Ci si aspettava quindi un tocco elettronico e di effettistica sonora ben fatto, e così è stato. Oltre a ciò, purtroppo, il disco non propone molto altro.
La popstar americana (che preferisce non farsi identificare con nessuna identità sessuale e che denoteremo con il simbolo simbolo fonetico ə – schwa), ha provato a costruire un’opera sulle gioie e i dolori della maternità, coinvolgendo oltre ai due produttori già menzionati, anche Dave Grohl dei Foo Fighters (batteria in Honey), Dave Sitek dei TV on the Radio (chitarra in You Asked for This) e Lindsey Buckingham dei Fleetwood Mac (chitarra in Darling). Il grosso delle parti vocali è stato registrato quasi interamente presso gli Jagger Studios alle isole caraibiche Turks e Caicos, mentre la limatura finale è stata effettuata a Los Angeles (NullCo Studios). La modalità di comunicazione a distanza del processo compositivo trasmette vibrazioni algide, che purtroppo si ripercuotono sul risultato sonoro: il disco risulta essere un giochino ben congegnato su cui si sono esercitati i produttori, e la voce della Halsey è uno dei tanti gadget usati in studio. Sono rari i momenti in cui si percepiscono vibrazioni positive e l’esperienza dell’intero album risulta tutto sommato anodina.
L’opener The Tradition è una buona ballad voce e piano con atmosfere tese, che definiscono i toni dell’intero lavoro: un mix calcolato di velluti dark gotici e di sonorità anni ’90, decennio che lə ventiseienne omaggia a piene mani. C’è infatti un richiamo alla vocalità pulita di Dolores O’ Riordan in Darling, come pure alle atmosfere emo-melodiche degli Evanescence (1121), ai momenti punk degli Yeah Yeah Yeahs (Easier than Lying) mescolati col synth-rock dei Garbage (You asked for this). In più qualche doveroso rimando alle distorsioni dei Nine Inch Nails (The Lighthouse, Bells in Santa Fe). Per finire la melassa pop da passaggio radiofonico con battute hip-hop (Lilith) ed electropop (Girl is a Gun ricorda vagamente le ritmiche della prima Santigold).
La Frangipane ha un’ottima presenza scenica (nella cover mostra un capezzolo con malcelata indifferenza facendo il verso alla pittura rinascimentale francese) e il disco non a caso è stato usato come accompagnamento per il lungometraggio omonimo. La percezione che abbiamo al di qua dell’oceano non rende forse giustizia al personaggio: in America ha un seguito decisamente superiore alla media europea, grazie alla promozione di moltissime azioni inclusive per la comunità LGBT, partecipazioni a manifestazioni, trasmissioni TV e molto altro: insomma, si sa far notare. Questo disco musicalmente parlando è un discreto prodotto pop, ma più che per la musica si fa notare come trampolino di lancio che prospetta una carriera alla giovane artista direzionata su altri media espressivi.
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