Recensioni

Dopo tre album incentrati su un’identità linguistica marcata – il gallese di Y Dydd Olaf (2014), il cornico di Le Kov (2018) e il bilinguismo rarefatto di Tresor (2022), candidato al Mercury Prize – Gwenno Saunders pubblica Utopia, disco che rappresenta una svolta sotto diversi aspetti. La prima, evidente, è la scelta dell’inglese come lingua dominante: sette brani su dieci adottano una sintassi più universale, senza però rinunciare al simbolismo e alla poetica che ha sempre caratterizzato la sua scrittura. L’altra svolta è concettuale: se i lavori precedenti guardavano all’infanzia, al mito, alla memoria linguistica come strumento identitario, Utopia apre al racconto dell’età adulta (la cantante gallese è entrata da qualche anno negli -anta) e alla geografia vissuta – club, città, relazioni, perdite, risalite.
Nata a Cardiff da padre poeta in lingua cornish e madre attivista della lingua gallese (e di tutte le lingue minoritarie), Gwenno ha attraversato vari mondi prima di approdare alla forma attuale del suo progetto solista: ballerina a Las Vegas per Lord of the Dance, componente del gruppo pop retrò The Pipettes, e infine artista sperimentale capace di legare elettronica, folk psichedelico, kraut e attivismo linguistico in un universo coerente e personale. Utopia raccoglie questo percorso e lo riconfigura in forma di “debutto” adulto (come lei stessa ha dichiarato), incentrato su anni di vita urbana ed emotiva, raccontati per la prima volta senza il filtro (che è anche un po’ uno schermo protettivo) della lingua minoritaria.
La produzione, curata con l’abituale eleganza, vira verso un art-pop elegante che in alcuni casi strizza l’occhio a un french touch scarnificato, in altri alla new wave anni Ottanta. L’apertura di London 1757 fluttua in un paesaggio etereo, tra campionamenti all’aria aperta e synth che evocano un’eleganza in odore Broadcast. Dancing on Volcanoes, con il suo ritmo nervoso e le chitarrine che fanno tanto Johnny Marr, è il pezzo più pop del disco – un inno da club per chi ha già fatto chiusura troppe volte, ma non ha ancora perso la voglia. La titletrack – elettronica versante quasi trip-hop– evoca un locale immaginario tra Las Vegas e Cardiff, dove la rievocazione del passato si traduce in immagini che oscillano tra memoria individuale e un immaginario condiviso.
Altrove, Gwenno gioca con registri più intimi: St. Ives New School è una riflessione tenera e minimalista sulla maternità (sorretta da una strumentazione essenziale ma precisa) a metà fra una Lana e una Beth Gibbons, mentre Hireth – termine gallese intraducibile che evoca nostalgia e mancanza – ricollega il disco alle radici senza forzare l’elemento etnico. The Devil e 73 mantengono l’ambiguità tra realtà e allegoria, chiamando in causa i Metronomy di The English Riviera: la prima, con il suo incedere obliquo e una melodia, nasce da una scoperta genealogica (un legame inaspettato con Dalston) e si trasforma in una cartolina distorta della Londra dei primi anni Duemila; la seconda invece, lavora su un groove trattenuto e nervoso e sembra ammiccare alla sua (traumatica) esperienza con le Pipettes.
Pur rinunciando a parte del mistero linguistico che rendeva unici i dischi precedenti, Utopia guadagna in accessibilità, calore e immediatezza. Gwenno si fa più urbana, raccogliendo istantanee, geografie interiori e frammenti di tempo riorganizzati secondo una logica tutta emotiva. L’artista gallese, pur portandoci per mano da riferimenti retrò a sbocchi contemporanei, non cede alla nostalgia, ma costruisce una forma musicale che unisce precisione compositiva e libertà espressiva. E in questo senso, la sua utopia personale non è un altrove irraggiungibile, ma un luogo che si costruisce brano dopo brano – anche, finalmente, in una lingua più universale.
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