Recensioni

Diciamocelo chiaramente, Guy Ritchie non è di certo il primo nome che viene in mente in una conversazione sui grandi autori della settima arte. Contraddistinti da un ritmo frenetico e da una patina ancora più frivola di quanto apparisse sulla superficie, i film del regista britannico hanno sempre escluso qualsiasi componente “autoriale” preferendo a quest’ultima il divertimento dello spettatore. D’altronde se film come Lock & Stock – Pazzi scatenati e Snatch – Lo strappo erano arrivati cavalcando un po’ quell’onda post-modernista del filone tarantiniano e fincheriano, si esaurivano nel giro di una singola visione, con Ritchie condannato a un loop di ripetizione e autocitazione continua che purtroppo dura ancora oggi (e che non sembra aver stancato né i produttori né il suo particolarissimo pubblico).

Non che non ci abbia provato il buon Ritchie a discostarsi da questa etichetta di “shooter con un’anima”, se pensiamo ai due lungometraggi su Sherlock Holmes (dove cavalcava la rinascita di Robert Downey Jr. nel periodo di massimo splendore garantito dalla Marvel) e il tentativo di declinare in nuove forme, più eleganti, la grezza mascolinità degli esordi (con il pur piacevole Operazione U.N.C.L.E.), bisogna ammettere che il suo lo portava dignitosamente a casa. Dal 2019 in poi, remake di Aladdin a parte (dato che lì nuotiamo nelle acque della mera operazione aziendale), Ritchie sembra aver brevettato la sua consueta formula per venderla o affittarla al miglior offerente. Così arrivano nell’ordine The Gentlemen, Operation Fortune, The Covenant, film talmente anonimi che si fa fatica anche solo a immaginare che dietro ci sia la stessa mano del regista di RocknRolla.

Henry Cavill ne Il ministero della guerra sporca

Provando a dare una scossa alla sua “creatività”, Ritchie decide così di fare un regalo al proprio fedele pubblico al contempo confezionando una pellicola che richiama praticamente quello stesso ritmo che l’aveva visto emergere in passato, con la stessa patina spensierata e comica, con un nutrito gruppo di star action – chi più famoso come l’ex-Superman Henry Cavill e il Reacher di Prime Video Alan Ritchson, chi meno come Henry Golding o Alex Pettyfer – e immergendosi per la prima volta nel filone dei film di guerra, genere rischiosissimo da affrontare con in mano una sceneggiatura che fa della commedia e dell’ironia i suoi pilastri fondamentali. Per questo, Il ministero della guerra sporca è qui a dimostrarci cosa sarebbe successo se a dirigere Bastardi senza gloria non ci fosse stato quel geniaccio di Quentin Tarantino, bensì un regista neanche malaccio ma mediocre e senza quella mano ferma che una tale cornice avrebbe forse meritato.

E non stiamo qui a parlare di credibilità o verosimiglianza (o della presenza nel cast del buon Heinrich Luhr qui ridotto a macchietta), ma quando in bocca ai tuoi personaggi metti solamente dialoghi che spiegano la trama – peraltro semplicissima – e all’ennesimo (non) colpo di scena a scatenarsi sono più che altro gli sbadigli, allora qualcosa non torna. L’opera tarantiniana chiariva fin da subito che quello del regista era un mondo a se stante che obbediva alle proprie regole, ma con Ritchie tutto sa di già visto, e anche quello viene ripetuto fino all’esaurimento, quasi avessero girato quattro sequenze madri da allungare all’infinito (con Cavill che fa più linguacce e ghigni beffardi di Tom Cruise in Mission: Impossibile II).

Il bello è che Ritchie va a immergere le mani in una storia vera – di cui sono state da pochi anni desecretate le carte ufficiali – mentre Tarantino stava lì a creare un mondo fantasioso in cui gli ebrei avevano la loro rivincita sul nazismo. Risultato: Bastardi senza gloria pare quasi più credibile de Il ministero della guerra sporca, compreso quel leggendario finale (che molti confusero come veritiero!). Perché il cinema vince sempre e quello di Tarantino aveva avuto la meglio perfino sulla realtà, a differenza di Ritchie che ci propina sempre lo stesso film da oltre vent’anni e senza convincere nemmeno l’ultimo degli ingenui.

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