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Da sempre ossessionato dalla Hollywood dei tempi d’oro, Guillermo del Toro continua nel suo processo di adattamento della propria poetica d’autore ai classici senza tempo di un cinema ormai in via d’estinzione che trova il suo culmine nella sua ultima opera, La fiera delle illusioni – Nightmare Alley.

Proseguendo un discorso sui generi cinematografici che va di pari passo con un’evoluzione metanarrativa che da sola vale già il rischio di un’operazione suicida (e il pesante flop al box-office, il primo per il regista messicano, sta lì a confermarlo), del Toro ribadisce il bisogno di tornare ai classici, ai canoni prestabiliti, agli archetipi riabilitati della loro funzione specifica (quella di rappresentare cioè un manuale d’istruzioni per l’uso). Se l’esaltazione del gotic-horror di Crimson Peak restituiva allo spettatore il quadro di una società imprigionata nei propri pre-concetti e La forma dell’acqua – The Shape of Water sotto forma di favola fantastica rispecchiava (in un mondo che si apprestava ad assassinare JFK) la società americana nel suo acceso clima di paura che avrebbe inevitabilmente portato all’elezione di Donald Trump, La fiera delle illusioni – Nightmare Alley completa questo ideale trittico e chiude il discorso su un’America che nel corso della sua lunga e sanguinosa storia non ha fatto altro che produrre mostri, dietro la promessa ingannevole di un sogno.

Inquadrata in quest’ottica, la parabola di Stanton “Stan” Carlisle ben evidenzia quanto in fretta il sogno può tramutarsi in incubo, quanto rapidamente bellezza e felicità possano svanire nel nulla, come risultato di un trucco o di un numero di magia, e lasciar spazio solo al risentimento e alla brutalità. Così come è evidente e alla luce del sole il discorso che il regista Premio Oscar e Leone D’Oro sta portando avanti negli ultimi anni di carriera (e che troverà altra eco nel suo prossimo progetto, ancora un classico, la sua versione in stop-motion di Pinocchio); un ritorno alle origini di Hollywood per rintracciare il punto esatto in cui la strada è stata smarrita, per evidenziare in che momento preciso questo baraccone (o fiera delle illusioni) ha perduto la capacità di generare empatia, di prendere per mano lo spettatore e portarlo in un mondo altro con la promessa di lasciarlo a bocca aperta. Lo fa prendendo in prestito la prosa di William Lindsay Gresham, autore del romanzo omonimo che era già stato tradotto per il grande schermo nel 1947 da Edmund Goulding.

Composta da due parti distinte e altrettanto speculari della mutata fascinazione del suo protagonista – un Bradley Cooper perfettamente in parte – la pellicola è sicuramente la più “realista” delle ultime tre di del Toro, ma la magia – anche se non stiamo guardando un fantasy – è costantemente evocata. C’è quella esplicita (e truccata) del circo, con i suoi inganni artificiosamente mascherati, rispecchiata da una serie eterogenea di personaggi che faremo fatica a dimenticare (su tutti, la coppia composta da Zeena e Pete, interpretati da Toni Collette e David Strathairn); c’è poi la magia del cinema che rivive nelle ambientazioni appassionatamente ispirate tanto al Freaks di Tod Browning quanto a La strada di Federico Fellini, due concezioni opposte di spettacolo che trovano una congiunzione, una sintesi quasi matematica nei canoni del noir che del Toro sceglie come terreno di scontro.

Dall’America del New Deal di Roosevelt alla vigilia dell’entrata in guerra a quella del “nuovo deal” di Biden e lo spettro di un’altra minaccia di livello globale. Non facciamo altro che incappare negli stessi errori, ancora e ancora, nel trasformare le persone in bestie dietro la promessa di una salvezza che sappiamo già non arriverà. L’antidoto migliore è costituito, come sempre, dalla storia, dal suo esempio, dall’aggrapparsi a quelle forme archetipiche che possono indicare la giusta via. Proprio nell’anno in cui perfino Steven Spielberg sceglie il ritorno ai classici (anche per il suo West Side Story non c’è stato scampo dal flop commerciale), Guillermo del Toro ci riporta indietro di 80 anni, ma è tutta una potente illusione: in realtà non si è mai spostato di una virgola dal nostro tempo. Ed è quello che fanno i grandi maestri.

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