Recensioni

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Ho smesso di contare i dischi dei Guided by Voices (o di Robert Pollard, la distinzione tra i due aspetti è puramente accademica per tutti noi Bob-addicted) intorno al 2002, credo. Così come non riesco più a stare dietro da anni alle variazioni nella line up. Quella attuale ha già all’attivo diversi dischi, ma di fondo qui vale il principio di Mark E Smith traslato dai Fall ai GBV, e Pollard può a buon ragione dire che “finché siamo io e tua nonna a suonare i bonghi, quelli saranno i Guided By Voices”.

Tra l’altro penso che mia nonna si sarebbe divertita molto, a questo giro. A 101 anni compiuti ha forse ancora qualche vago ricordo di quei capelloni dei Led Zeppelin e degli Who, e nella maggior parte delle canzoni di Surrender Your Poppy Field lo spiritaccio classic rock che alberga da sempre nella psiche pollardiana alza orgoglioso la sua testa lungocrinita. Le chitarre seguono spesso traiettorie zeppeliniane (Year of the Hard Hitter, per dirne una, è un compendio di piccole cose di pessimo gusto di Jimmy Page, e anche se non sembra lo dico in senso positivo), mentre per quanto riguarda gli Who basta il riff di Substitute con cui attaccano Windjammer, o ancora meglio l’obliquo riferimento a Tommy («rising to hear you / to touch you / to know you’re coming around») nel testo di Next Sea Level, il brano che chiude il disco e con il suo intreccio di strumming funereo e archi ne rappresenta anche l’apice “sperimentale” ed emotivo.

Pollard comunque non è mai stato un citazionista solo per il gusto di esserlo: la memoria rock e pop per lui è uno sconfinato sgabuzzino in cui andare a pescare vecchi giocattoli ammaccati, da rimodellare secondo un’estetica che alla fine è sempre e solo sua. E, va da sé, riconoscibile come poche altre nella storia dell’indie rock degli ultimi trent’anni. Persino quando prova a buttare giù la sua Where is My Mind? (Volcano, gran pezzo) oppure ricicla giri melodici che definire abusati è un eufemismo (segnalo una Queen Parking Lot già sentita sui dischi dei GBV quella cinquantina di volte con altri titoli, e ovviamente irresistibile), l’impressione è sempre quella di essere catapultati in una radio FM che trasmette solo nella testa di Pollard, riprocessando le millemila suggestioni che ne hanno creato l’imprinting. Quando senti canzoni come Steely Dodger o Stone Cold Moron in fondo sei anche tu un adolescente disadattato del ’74 che si ascolta i Blue Oyster Cult, i Raspberries o qualche pezzo di Nuggets in un mall dell’Ohio.

Un cul-de-sac kid, come quelli cui è dedicata la canzone omonima, che parte dolcemente acustica e poi di botto ha un’esplosione power pop da urlo. I teenager borderline che poi alla fine, sono quelli “che danno le feste migliori”. Proprio come Pollard, torrenziale come sempre eppure qui particolarmente ispirato. Surrender Your Poppy Field per certi versi è uno degli album più “prog” del canone GBV, almeno per quanto riguarda la densità di informazioni e di passaggi di atmosfere, cambiamenti di tempo e variazioni melodiche all’interno della stessa canzone. Per chi non è adepto al culto potrebbe risultare sfiancante; chi invece risponde da un quarto di secolo o più all’appello di Bob metta al fresco il six pack di Budweiser, che questo è uno dei party migliori che il professore ha tirato su negli ultimi anni.

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