Recensioni

C’è qualcosa di stranamente anacronistico, oggi novembre 2025, nel rimettere sul piatto Way Their Crept e scoprire che quel primo album pubblicato da Grouper suona ancora allo stesso modo, come se arrivasse da un’altra dimensione spazio-temporale invece che da un preciso anno del post indie-folk. Più che un debutto in senso classico, nel 2005 era un messaggio imbustato a mano nel micro circuito di Portland, partito da una piccola tiratura di CD-R autoprodotti e poi pubblicato su Free Porcupine Society, con il passaparola che correva tra negozi e distro di culto come Volcanic Tongue. Oggi la ristampa per il ventennale su Kranky lo riposiziona come primo capitolo ufficiale di una traiettoria che portiamo tutti in testa, a partire da Dragging a Dead Deer Up a Hill, ma che in realtà aveva già fissato qui la propria grammatica, solo in forma più spettrale e sfocata.
Ascoltato con il senno di poi, Way Their Crept sembra un disco che arriva dopo, non prima, della sua stessa reputazione, perché in qualche modo condensa già l’idea del “suono Grouper” che poi abbiamo imparato a riconoscere. La voce di Liz Harris non occupa il centro, come in molte epigoni moaning, ma agisce come una nube luminosa, una serie di linee melodiche brevi che emergono dal fruscio di nastri e chitarre mal inquadrate. Più eco che dichiarazione, quasi che il canto fosse una vibrazione dell’ambiente e non il contrario. La struttura delle tracce è già quella delle canzoni-fantasma che torneranno in Dragging A Dead Deer Up A Hill e nelle suite di A I A, con ingressi tardivi, dissolvenze premature, finali che non chiudono.
Il brano omonimo, Way Their Crept, è una sorta di manifesto in miniatura. C’è la voce e poco altro, con un’intonazione leggermente incerta che il delay trasforma in processione di sé stessa, mentre il resto del mix si riempie di aria, di distanza. Poi arrivano episodi come Hold a Desert, Feel Its Hand che ribaltano la cartolina pacific northwest e portano tutto in una secchezza quasi elettrica, con ronzii, risonanze, frequenze che un approccio hi-fi tratterebbe come interferenze, qui elevate invece a clima mentale. Black Out sembra prendere la lentezza dello slowcore e infilarla in una cappella di organi saturi, con il suono che vibra al limite del feedback e la melodia che affiora come una sagoma dietro il vetro smerigliato. In Close Cloak il drone vocale cresce per ondate, strato dopo strato, fino a sfiorare un’idea di coralità che più tardi sarà associato a Tim Hecker o ai momenti più evaporati della kosmische, solo che qui si sente chiaramente la cucitura domestica, la mano che registra in una stanza reale, con muri veri e oggetti appoggiati fuori fuoco.
Nel contesto della discografia successiva colpisce quanto poco “genere” ci sia in questo disco e quanta geografia, quanta attenzione allo spazio. Se Dragging a Dead Deer… verrà spesso letto come il punto in cui Grouper incontra il formato canzone in modo più diretto, quasi un sogno folk tirato in diagonale, Way Their Crept resta una zona liminare, un microclima in cui folk, dream pop, dark ambient e rumorismo domestico coesistono senza ancora cristallizzarsi in etichetta. Appare quindi evidente come in Grouper ci sia una cesura tra il wyrd americano più out (Charalambides, Jandek) e la costellazione neozelandese più acida (Roy Montgomery, The Dead C), con l’asse Siltbreeze a fare da ponte e amplificatore internazionale di quel suono.
Di qui passano i futuri sviluppi, dalle piano ballad di Ruins alle stratificazioni acquatiche di A I A, ma il nucleo è già formato, e dietro c’è un’idea tutto sommato semplice e radicale allo stesso tempo, quella cioè di usare la registrazione non per isolare la voce dal mondo, ma per registrare il modo in cui la voce si perde nel mondo.
La ristampa del ventennale rende più evidente questa dimensione storiografica; tuttavia, il disco non suona come un reperto, perché continua a lavorare sul presente. In un momento in cui ambient, lo-fi, sad music sono diventati filtri e playlist, Way Their Crept conserva un’ambiguità che resiste alla codifica, non propone consolazione, non racconta storie in modo trasparente, invita piuttosto a condividere una condizione, un ambiente in penombra dove il nastro gira e ogni suono lascia una scia.
È probabile che molti arrivino qui partendo dai lavori più noti e ci vedano un prequel, ma a riascoltarlo oggi sembra il contrario, un punto di convergenza dove le possibilità future erano già tutte allineate, in attesa che qualcuno si prenda il tempo di ascoltarle davvero.
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