Recensioni

La notizia si diffonde rapida di forum in forum: Nick Cave torna ad indossare le vesti del principe inchiostro! Invece, macché, niente affatto. E meno male. A detta del Nostro, tutto è accaduto naturalmente, una brama d'immediatezza hard blues provata durante l'ultimo lungo tour, quando tra una serata e l'altra il nocciolo duro della band – il polivalente Ellis, il bassista Martyn Casey (già nei Triffids), il batterista Jim Sclavunos (ex-Cramps) ed un Cave sorprendentemente disposto ad imbracciare e maltrattare la chitarra – dava vita a sessioni un po' più sgarbate, come per sturare le vene dalle placche dolciastre del troppo romanticume.
Non che Grinderman – questo il nome del progetto, mutuato da un blues di Memphis Slim – sia immune da romanticismo: ad esempio quello malinconico di Man In The Moon, o quello travagliato di When My Love Comes Down, saturo di fremiti Lanegan. Però il sapore dominante vuole essere la sguaiatezza stoogesiana di una Depth Charge Ethel, la laida espettorazione da taverna di Get It On, il sarcastico sculettamento di Go Tell The Women (con impagabile falsetto finale), le torve movenze da Lou Reed vampiro di Electric Alice, la febbrile nevrastenia di No Pussy Blues, eccetera. Il tutto scudisciato da hammond acidissimo, chitarre e violini al calor bianco, basso bituminoso e percussioni ossute.
Con tutto ciò, questi semi cattivi non riescono a suonare così cattivi. La loro è una specie di goliardia intossicata, più sfogo che dramma. Se questi quattro volponi hanno siglato un patto al famoso crocicchio, mi sa che a rimetterci è stato il diavolo.
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