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7.5

Ci ha messo un po’ a venir fuori ma, come ogni cosa destinata a sbocciare, era solo questione di tempo. Ventisette anni, originario del Maryland ma stabilitosi dalla tarda adolescenza in Vermont, Greg Freeman ha iniziato a far circolare il suo nome soltanto tre anni fa con il discreto debutto I Looked Out, pubblicato per una piccola etichetta e ristampato nel 2024 dalla Transgressive, a cui si deve il benemerito lavoro di scoperta e diffusione al di fuori del Nord-Est degli States.

Difficile considerarlo per quello che tecnicamente è, ovvero un esordiente, dacché questo Burnout, scritto e registrato nel corso di due anni dalla stessa cricca di Burlington responsabile dell’esordio, suona già come l’opera di un artista maturo, completo, con una chiara visione tanto riconoscibile negli immediati riferimenti vocali, stilistici e di scrittura quanto sorprendentemente ambiziosa nell’idea di canzone e di suono che si vuole proporre.

Ovvero: nuova e vecchia America, insieme, indie e americana a braccetto in dieci episodi dal forte impianto narrativo e cinematico, tanto in testi densissimi e letterari, ricolmi di immagini dal forte odore dylaniano ma anche debitrici di autori come Denis Johnson e Jim Thompson, quanto in arrangiamenti ricchi e vari, straripanti di idee e trovate, dall’uso originale e inconsueto dei fiati (già ben presenti nell’album precedente) al piano honky tonk e la pedal steel in pieno stile americana, dai break acustici inattesi agli hook melodici (Salesman) alle code strumentali (Curtain), dai voli di armonica alla Dylan agli intermezzi avant (Wolf Pine).

Si prendano a mo’ di esempio le prime due tracce, Point And Shoot e Salesman, in cui testo e musica si intrecciano in una evidente narrazione dal gusto cinematografico (vedi anche i due clip, in cui il Nostro mostra anche discrete doti attoriali), mentre nel frattempo avviene di tutto in un susseguirsi di scene e cambi di umore, senza mai perdere il senso della canzone, in un’ottica autoriale ma anche pop-rock lato sensu (Rome, New York).

Per quanto l’autore stesso affermi di non seguire canovacci stabiliti e di essersi lasciato liberamente guidare da quanto servisse alle canzoni, impossibile non ravvisare influenze piuttosto chiare, come le asperità vocali di un Daniel Johnston o un Doug Martsch (Built To Spill) in certo suo cantilenare, o ancora le inquietudini scheletriche di Jason Molina e Will Oldham ricondotte all’ovile di papà Neil Young e zio Tom Petty, non dimenticando totem indie come Stephen Malkmus e Wilco (tanto quelli di AM quanto quelli di Yankee Hotel Foxtrot).

Nomi che, sia chiaro, vanno presi come punti per orientarsi sulla mappa in un cammino che è già proprio; metafora che usiamo non a caso, dato che descrivendo il suo processo di scrittura, in un’intervista Freeman ha parlato delle sue canzoni non come riflesso diretto delle proprie esperienze quanto come trasfigurazione dei luoghi e delle atmosfere che lo circondano: «Non puoi davvero comprendere te stesso senza comprendere, o almeno pensare, al posto in cui vivi o ai luoghi che visiti». Un senso di movimento continuo o, mutatis mutandis, un’assenza di stasi che pervade tutto il lavoro, facendoti comunque sentire a casa. Non è da tutti.

Nella certezza di trovarsi di fronte a una delle più belle sorprese di questo anno discografico, non possiamo che consigliarvi: tenetelo d’occhio, perché di Greg Freeman sentiremo parlare a lungo.

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