Recensioni

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Il bristoliano Nick Talbot, la grande – e spesso unica – mente del progetto Gravenhurst, è un personaggio silenzioso: non fa musica innovativa, non finisce sulle copertine, non fa tendenza e lascia da parte qualsiasi tipo di comodo revival. Semplicemente scrive la propria musica con grande serietà e professionalità artistica ormai da dieci anni, nei quali ha dimostrato, grazie ad ottimi lavori come Flashlight Seasons e Fires in Distant Buildings, le proprie capacità di songwriter. A ben cinque anni dall'ultimo The Western Land, il malinconico Nick pubblica – sempre per la Warp Records – The Ghost in Daylight.

L'iniziale Circadian vanta l'incedere slowcore e raffinate stratificazioni chitarristiche sulle quali si appoggia la voce pulita ma vagamente dimessa di Nick. Un lungo arpeggio acustico – come quello della strumentale Peacock – introduce gli otto minuti di Fitzrovia, irrobustiti a metà cammino da cori e lievi tocchi di tastiera, prima di sublimare in una coda ambient-folk in zona King Creosote & Jon Hopkins. L'amore per il fingerpicking – che condivide con il concittadino Matt Elliott – viene fuori anche nell'ottima e tipicamente folk-cantautorale Miniature.

Nella parte centrale di The Ghost in Daylight viene abbandonata la chitarra, prima nel piccolo scorcio di Carousel e poi – a favore di synth e beat – in Islands, lungo episodio di pigro glo-dreamy. Pink Floyd-intro per la sospesa e ciclica The Foundry, ma l'apice melodico lo si raggiunge probabilmente nella semplicità lo-fi della ninna nanna The Ghost Of Saint Paul e nella più sostenuta – anche rispetto alla linea generale del disco – The Prize, impreziosita sul finire da archi e partiture che farebbero invidia a parecchie band art rock/neo-prog.

The Ghost in Daylight non sposta nulla, ma si va ad insinuare perfettamente in uno di quei piccoli loculi nascosti riservati a quei dischi che, specialmente se si è nel mood giusto, riescono a regalare parecchie emozioni.

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