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Il secondo album di Sophie Payten, aka Gordi, Our Two Skins, può definirsi un album coraggioso perché la musicista australiana mette in tutte le canzoni qualcosa di sé, qualcosa di profondamente suo. Non manca di onestà, questo nuovo lavoro, frutto di qualche anno difficile ormai lasciato alle spalle. Ma si sa, le cicatrici a volte sono difficili da far rimarginare. Per esorcizzare i propri fantasmi, Gordi ha deciso acchiapparli e chiuderli in questo disco. Non è facile affrontare e ancora meno semplice è riuscire a raccontare la morte della propria nonna, la fine dell’università e dei vent’anni, la rottura con il fidanzato storico e l’inizio di una relazione omosessuale proprio nel momento in cui in Australia il dibattito pubblico è incentrato sulla decisione di render legali i matrimoni Lgbt. È la stessa musicista ad aver dichiarato che «è stato il modo più devastante di innamorarsi di qualcuno». Per la cronaca, è giusto anche citare il fatto che sia tornata alla professione medica durante il momento clou della pandemia da Covid-19, dando il suo contributo alla comunità australiana. Detto questo, la sincerità non basta per fare un ottimo album, anche se è un elemento fondamentale.

In Our Two Skins c’è indubbiamente un passo in avanti rispetto al precedente Reservoir del 2017. I suoni si fanno più cupi, gli strumenti sono ridotti all’asso, spesso solo pianoforte e rumori di fondo, come nella prima traccia, la più convincente del disco, Airplane Bathroom. L’intensità di questa canzone sta sia nella sua semplicità che nella capacità di Gordi di raccontare in maniera diretta, onesta, al limite della confessione, la vicenda che l’ha vista affrontare un attacco di panico durante un volo, a diecimila metri di altezza. Il brano inizia con dei rumori di fondo, Gordi che si siede, prende un secondo e inizia a raccontare, scendendo in profondità dentro di sé e tirando fuori le sue emozioni e le sue paure con un filo di voce, delicato e allo stesso tempo cosciente di dove andare, come lacrime sulle note di un pianoforte.

Le successive tracce, come Unready e Extraordinary Life, dallo stile più pop-rock con venature folk, sembrano quasi fuori contesto, anche se a volte, come in Sandwiches – canzone in cui parla della scomparsa della nonna – la vicenda personale è così forte che il brano riesce comunque a emozionare. Indubbie sono le influenze di Bon Iver, con cui Payten ha collaborato più volte, e non si fa peccato a citare Florence and The Machine, soprattutto per la parte vocale.

In conclusione, Gordi dà prova di maturità a livello di scrittura dei testi e nella scelta degli argomenti. Ma può fare di più per quanto riguarda le canzoni, ricercando una maggiore coesione all’interno dei futuri dischi. Merita un po’ di fiducia la giovane musicista australiana, ma niente di più per questo album.

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