Recensioni

Good Sad Happy Bad era l’ultimo e ottimo album siglato Micachu & The Shapes, il terzo, uscito per Rough Trade nel 2015. Micachu & The Shapes, dietro alla cui ragione sociale si cela(va)no Micachu, nome d’arte per la geniale Mica Levi, e i suoi compari Marc Pell e Raisa Khan. Come descrivere la loro proposta, una delle più originali dell’ultimo decennio alternativo? Potremmo parlare di un avant-pop dalle influenze noise e hip hop, in grado di combinare vena sperimentale e ritornelli catchy, attitudine do it yourself e fascinazione per il futuro, strumentazione concretamente auto-costruita e sample, reso ancora più caratteristico dal peculiare tono filo-slacker della Levi, divenuta famosa in parallelo per la sua attività nel campo delle colonne sonore (ne ricordiamo almeno una, il capolavoro di orchestrazioni e drone imbastito per Under The Skin di Jonathan Glazer).
La bipolarità, l’irregolarità ritmica e melodica insita nel progetto si rispecchiava all’epoca in un mood schizofrenico, per l’appunto “buono triste felice cattivo”. Se la musica dell’adesso quartetto inglese – alla line-up si è aggiunta CJ Calderwood – è fatta di saliscendi continui ed elementi in apparenza agli antipodi, il passo successivo è allora chiamarsi direttamente Good Sad Happy Bad. Niente di più spiazzante e al contempo programmatico. Roba per gente che ama maneggiare gli opposti, complementari o meno che siano, e che rispetta nella stessa misura la dimensione di gruppo, quasi da risultare infastidita dai riflettori puntati principalmente sulla stella Levi/Micachu.
Ma al cambio di nome corrisponde anche un cambio di stile? Si può dire di no, perché l’irregolarità resta al centro di tutto, e si può dire di sì, sia perché al microfono subentra in prevalenza la succitata Khan sia perché la scaletta, oltrepassata la prima intro strumentale Do It, è fatta ora più che mai di vere e proprie canzoni, non radiofoniche e di certo non accomodanti, assolutamente no, eppure più immediate (si senta la title track scelta come singolo), nella struttura e nella grana sonora e nella vocalità. Tra gli episodi più gradevoli, ci sono Blessed e Pyro, vagamente Throwing Muses, mentre in Star si mette in luce per la prima volta il sax della Calderwood, Honey presta il fianco a coretti Sixties, Believe It alterna caracollamenti di gioia e quei disturbanti inserti di synth-noise jazzato poi ripresi nei pezzi successivi, Taking si avvale maggiormente di corde di chitarra ed elettronica.
Il lavoro a questo giro si intitola Shades e ammiccherà senz’altro a quelle sfumature che intercorrono in questi brani, come si è detto buoni, tristi, felici o cattivi, oltre che – i diretti interessati affermano – lenti, veloci, heavy o soft, oltre che freddi, caldi, bollenti o gelidi, oltre che saporiti, disgustosi, delicati o piccanti. Levi, Khan e soci non si fanno mancare niente, insomma. E per noi, farci mancare Shades è impossibile.
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