Recensioni

Per parafrasare un detto entrato nella cultura popolare, “Morto (un) Daevid Allen non se fa un altro”. Questo è sicuro. Intendo dire che chiunque si celi sotto la sigla Gong, o abbia intenzione di perpetuarne il nome, il senso e la specificità, ciò che ha rappresentato negli anni ma soprattutto nella prima e più creativa fase della sua lunga e gloriosa storia, costui, si appresta a un compito molto arduo. Indipendentemente dalla bontà che si può trovare tra i solchi – o i bit, o che altra unità di base che più vi si confà per ascoltare musica oggigiorno – di The Universe Also Collapses. L’attuale leader e portavoce dell’immarcescibile marchio – che ha rappresentato molto più di una band, diventando sorta di comune o, si potrebbe dire di questi tempi, famiglia allargata anzi allargatissima – fondato dal guru australiano scomparso nel 2015, è il chitarrista Kavus Torabi, che riguardo al nuovo disco registrato agli Snorkel Studios di Londra ci tiene a fare sapere che «volevamo riportare i Gong a essere nuovamente ed esclusivamente una band psichedelica», perché sempre secondo Torabi il precedente Rejoice! I’m Dead sarebbe stato giudicato da Daevid Allen – al quale è stato dedicato – troppo sentimentale.
Il chitarrista tuttavia deve avere una opinione tutta sua della psichedelia. La prime avvisaglie, introduttive, fatte di un suono ondulatorio, sospeso tra sogno e visione indotta da sostanze più o meno stupefacenti, mantra, all’atto pratico chitarre e tastiere cariche di riverbero, echi e suoni sfrigolanti tipici dello space rock ibridato appunto con la psichedelia, esauriscono la loro (blanda) carica intorno al minuto 8, quando la sei corde elettrica prende a “pedalare” in solo, per lanciare la volata grazie al resto del gruppo che tira, è vero, in pieno trip: decisamente più progressive rock, per cristallinità del quadro, che psichedelico. Un quadro sul quale calano, per merito dei fiati di Ian East, nebbie che paiono soffiate dal vento di Canterbury. Dal minuto 12 in avanti, poi, ogni traccia di «musica psichedelica delirante che si potesse anche ballare» – ancora parole di Kavus Torabi – sono pura illusione. Grazie a Dio, verrebbe da dire. Al contrario, Forever Reoccurring, suite di oltre 20 minuti, piatto forte del menù, è portato a termine con estrema lucidità, secondo architetture che necessitano di mano ferma e timone ben indirizzato. Che poi qui e là, all’abbrivio come già detto e poco prima del traguardo, si infarcisca con un minimo contorno di scuola/base psichedelica, la sostanza non cambia. In Forever Reoccurring, insomma, si delira poco ma si balla anche meno.
If Never I’m And Never You è un frammento che ai tempi d’oro del vinile sarebbe comparso sul mercato come B-side di un singolo, mentre la successiva My Sawtooth Wake è la seconda portata per interesse: tredici minuti bifronti, in alternanza tra i Pink Floyd più docili e sentimentali e un rovescio più teso, dettato da una ritmica serrata, e incattivito da un sax acido che sterza (il brano) e sferza. Chiude The Elemental, anche in questo caso disattendendo i proclami di Torabi: più facile che le orecchie colgano echi di Van der Graaf Generator – ma non affannatevi alla ricerca di tracce che conducano a questo o quel disco della truppa capitanata da Hammill: è il mood che fa sì che l’occhio intuisca il movimento di teiere svolazzanti sullo sfondo di questo universo al collasso, sul quale i Gong, giustamente, ci ammoniscono. Facciamo tesoro della loro puntualizzazione. E nonostante la confusionaria presentazione degli odierni Gong, consideriamo The Universe Also Collapses un capitolo che nella copiosa discografia della band non sfigura.
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