Recensioni

7

Tra i molti attributi di Wyatt – nessuno dei quali capace di fornircene una descrizione attendibile – uno dei più importanti è la tendenza a mostrarsi erratico, o se preferite picaresco, dal punto di vista della forma delle canzoni, dello stile e più estesamente del repertorio. Come se si facesse carico di tradurre in suono un sentire che, tra i flutti dell’imponderabile e i continui scarti dell’estemporaneo, si struttura su un senso melodico sottile ma potente, raffinato e – in qualche strano modo – implacabile. Su queste basi la stessa idea di un “best of”, o comunque di un’antologia che ne sintetizzasse il profilo, appare velleitaria nella migliore delle ipotesi. Ma il pretesto di questa raccolta è fornire una sorta di soundtrack o compendio sonoro ai lettori dell’omonima biografia scritta da Marcus O’Dair e fresca di pubblicazione (in UK).

Il coinvolgimento di Wyatt nella compilazione della scaletta ha implicato ovviamente deragliare dalla consuetudine. Col primo dei due cd – dal titolo Ex Machina  – se ne ripercorre infatti la carriera diversamente jazz-rock e inopinatamente pop, che osserviamo trasformarsi da stella della costellazione Canterbury (anche se la opening Moon In June – capolavoro altezza Soft Machine – è già la tavolozza che sparpaglia tutti i cromatismi del genere) in cometa dall’orbita dadaista e struggente. Mettersi a sindacare sulle assenze eccellenti come accade per ogni antologia che si rispetti è un esercizio ancora più ozioso del solito. Personalmente avrei dato più spazio a quel manufatto alieno che è Rock Bottom, almeno una Alifib ci poteva stare, invece è presente “soltanto” A Last Straw e pure in versione live (percorsa da una magnifica frenesia free). Ma stiamo parlando di una scaletta che tra Signed Curtain, Free Will And Testament e Just As You Are sembra quasi voler sottolineare l’attitudine popular di un autore rubricato nella categoria degli ostici con un po’ troppa precipitazione.

Il secondo cd, battezzato Bening Dictatorship, raccoglie invece le varie collaborazioni sparse in dischi altrui, dal camerismo allusivo in sospensione jazzy di The Diver (con Anja Garbarek) al gioco di voci astruse di Submarine (con Bjork) passando per il languore austero di Still In The Dark (con Monica Vasconcelos), il valzer ammuffito tra circuiteria vintage di La Plus Jolie Langue (con Steve Nieve e Muriel Teodori) e ovviamente l’incantesimo di Goccia (con Cristina Donà). A parte la generosità e la duttilità dell’uomo, questa rassegna di prestazioni straordinarie esalta la capacità straordinaria di cambiare il mood ed il senso stesso di un pezzo con la sua sola presenza. Senti la sua voce, ed è già un’altra cosa, si sale di categoria. Un po’ quello che è capitato negli ultimi anni sentendo le molte (persino troppe) apparizioni di Antony: con la differenza che il buon Hegarty possiede mezzi canori stratosferici, mentre Robert è tutto timbro e timing e il coraggio di gettarsi nei passaggi armonici che farebbero tremare le gambe a chiunque tranne che alla sua incalcolabile leggerezza.

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