Recensioni

7.2

«La terza volta ti fa pensare», recitava il poeta. Un verso che calza a pennello per il nuovo e terzo – appunto – album dei Gomma. Un lavoro che abbandona il tiro emo punk diretto degli esordi in favore di un suono più meditato e tridimensionale, e di cui stavolta Ilaria Formisano (voce), Giovanni Fusco (chitarra), Matteo Tedesco (basso) e Paolo Tedesco (batteria) scoprono volutamente anche il lato più ombroso e politico.

Sin dal titolo, Zombie Cowboys è una critica all’attuale – e non solo – situazione socio-ecomomica occidentale, attraverso le metafore legate al concetto di morti viventi di romeriana memoria e le suggestioni dell’immaginario filmico western: da un lato la massificazione e la distruzione sociale e dall’altro la spasmodica cultura individualista diffusa dell’odierno neoliberismo. Una decisa presa di posizione veicolata da un suono che arricchisce il tipico tiro post-core nineties della band con forti dosi di southern rock e cupezza post-punk, come anche con reminiscenze del rock italiano dei ’90.

L’apripista Santapace arriva con un’iniezione di potenza stoner riflettendo sulla contraddizione tra la difficoltà di costruire una sana dimensione interiore e l’horror vacui sociale, Guancia A Guancia si divincola come una nuova Festa Mesta dei Marlene Kuntz per raccontare l’incomunicabilità più conflittuale, e Louis Armstrong va giù di rumoroso blues punk à la Chrome Cranks. Brani che delineano un mondo oramai ammalato dal cambiamento tecno-capitalista, come la subdola distruzione che serpeggia nel punk rock sparato di Iena, l’esistenza scomparsa nel mid-tempo post-punk surfato di Mamma Roma («Una volta qui era tutta campagna»), la paura che urla nella nevrosi sincopata di 7 o l’amaro finale nell’emocore di Sceriffo («Lo sceriffo impazzirà / Senza stranieri appesi al collo e / Il colpo in canna pronto a sparare»).

L’azzeccato riferimento al film La Decima Vittima di Elio Petri in Mastroianni inquadra la ferocia dei rapporti individuali e collettivi spinti fino all’estremo con un carico tiro post-fugaziano fatto di stacchi noise ed esplosioni emozionali. Se il lato più potente ne esce arricchito, quando il respiro rallenta fa emergere sussulti inediti: mentre la malinconia di Sentenze è un brano tipicamente Gomma, il post-rock di Gigante di Ferro tocca le corde dei Massimo Volume e l’amore invece muore a Venezia in un suggestivo shoegaze capace di deviare i Jesus And Mary Chain su traiettorie morriconiane.

Nell’eterna crisi quotidiana di «un paese di musichette mentre fuori c’è la morte», i Gomma sono un gran bel diversivo. E non è affatto poco.

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