Recensioni

Scorrendo velocemente il catalogo della discografia dei Goldfrapp si vede bene che il gruppo della chanteuse più amata/odiata del synth pop (almeno degli ultimi dieci anni) salta furbescamente fra atmosfere da ballo puro e momenti più meditativo-orchestrali.
Il segreto del loro successo, reiterato negli anni, sta quindi nel sapiente uso dell’aumento e del rilascio della tensione. Questo dal punto di vista della forma. Per quanto riguarda i condimenti timbrici, il duo di Londra è approdato nel mercato nel momento giusto, all’inizio degli anni 2000, in cui le estetiche di recupero/retrofilia e l’electroclash stavano esplodendo. Dal botto di Felt Mountain, che coniugava le istanze trip di James Lavelle e Massive Attack, le antichità vintage-fashioniste à la Air, il Bristol Sound e l’orchestra con fischietto western di Ennio Morricone, il declino è stato più che mai palese (Black Cherry nel 2003 e Head First nel 2010 i punti più bassi della discografia). Ultimo, ma non meno importante, ingrediente, è l’atteggiamento da diva poshy della frontlady, che faceva a gara con le maniere da maschiaccio di Peaches o con la sensualità post ravey di Miss Kittin, e che costruiva così una nicchia di followers che non volevano sudare troppo sul dancefloor, ma a cui piaceva comunque muovere il culo.
Con questo nuovo tentativo di rimescolare le carte, i Goldfrapp vanno a parare furbescamente su ballad lente e blues, una mossa che rallenta il ritmo dopo la raccolta dei singoli dello scorso anno. Due gli ingredienti usati che non hanno ancora perso mordente: la voce di Alison e il tocco produttivo di Will Gregory, in fissa da sempre con i tappetini di archi e con la chitarra arpeggiata folk (almeno da Seventh Tree in poi). Tra le poche variazioni, una simpatica citazione all’estetica dreamy-pastello della 4AD (Alvar) e un buon pezzo da club che aspetta il remix dai Gus Gus (Thea, con un acuto che per un istante fa venire in mente i Matia Bazar). Per il resto è la solita passeggiata chic-introspettiva che starebbe bene sui titoli di coda di una qualsiasi produzione Hollywoodiana. Nuove (?) canzoni da usare come pretesto per il prossimo tour. Goldfrapp: un carrozzone che cerca di riciclarsi e che inevitabilmente stanca.
Amazon
