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7.5

Recuperiamo, in chiave playlist di fine anno, i due grossi calibri dell’underground italiano con cui la Grandangolo, la nuova serie della Soave Records (label sussidiaria della Cinedelic) coordinata dal Cannibal Movie, Donato Epiro, ha inaugurato il proprio catalogo qualche mese addietro. La serie è finalizzata a far da ponte tra le nuove leve e i padrini della sperimentazione elettronica, minimalista e psichedelica italiana, dato che ha messo in catalogo, oltre ai presenti, anche l’ottimo Materia Oscura di Squadra Omega e una serie di ristampe che definire fondamentali è poco: da Motore Immobile di Giusto Pio a …E Il Pavone Parlò Alla Luna di Arturo Stàlteri, fino a Riflessi di Riccardo Sinigaglia.

Da una parte Luca Massolin, capo di 8mm Records, esule in quel di Oporto e deus ex machina della sigla Golden Cup, tanto parca nelle uscite quanto varia e multiforme nella riuscita, visto che questo Futura giunge dopo una gestazione pluriennale, ma è un sacrificio che si è disposti a sopportare visto l’appagamento per l’orecchio che ne consegue. Andiamo subito a stabilire le distanze dicendo che probabilmente in questo lavoro c’è l’eredità più evidente del Battiato del primo periodo: no plagio, no sudditanza, quanto la stessa lunghezza d’onda in cui è facile ritrovare la stessa intensità, la stessa visione retro-futurista, la stessa capacità di disegnare mondi in apparenza minimali ma che si svelano essere sempre formati da moltissime tessiture. Futura però è anche sguardo a un futuro utopico (probabilmente legato alle architetture utopistiche sovietiche riprese nella copertina opera di Al Porta), uno slancio che riprende la library Ghost Box e la declina in chiave post-krautedelica, che associa il neo-minimalismo alle nuove psichedelie sotterranee d’inizio millennio (il versante più elettronico e visionario del giro NNF, ad esempio) e che dipinge perfettamente una visione di metropoli prossima a venire, ma con gli occhi di 30 e passa anni fa. Se pensassi a due libri, non avrei dubbi: “Terminus Radioso” di Volodine e “Discovering Scarfolk” di Littler, di cui questo Futura sarebbe perfetta colonna sonora.

Gli Heroin In Tahiti invece tornano a stretto giro di posta dall’eccellente Sun & Violence e continuano nel loro percorso di disgregazione del mito. Dapprima fu il rock, destrutturato e deflagrato come una bomba H in Death Surf, poi è toccato all’immaginario antro-sociologico italiano col citato album uscito per Boring Machines, ora invece la questione si fa ancora più ampia andando a toccare addirittura il mito fondante di Roma stessa. Remoria è una visione, l’ennesima, che i due apportano in chiave ucronica al mito costituente della città eterna, fornendo una sorta di colonna sonora/saggio musicale a supporto di una città (ipotetica) e di un mito (alternativo) nato dal sopraffatto Remo e non dal sopraffattore Romolo. In soldoni, una sfatta epopea post-morriconiana, acida e abbacinante, tra arpeggi di chitarre abbandonate al sole ed elettroniche povere, dilatate in panorami di elegiaca ferinità e di deformante paganesimo (le intrusioni orientaleggianti nella seconda parte di II), infestate da ectoplasmi passati (il baccanale haunted/noise di IV) e deliqui del presente/passato prossimo (le scivolose lande psych-orgiastiche di V) che riverberano la propria influenza nella attualità di uno spazio e un tempo che non esistono se non attraverso le sfuggenti sonorità dei due. C’è sempre una idea forte dietro gli album degli HIT e questo Remoria non sfugge alla regola, presentandosi forse non all’altezza di Sun & Violence ma con la stessa, identica forza visionaria.

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