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7.1

Dallo stare seduta alla batteria delle telluriche Savages, là dietro alle compagne da innescare con ritmi (post)punk spesso al fulmicotone, Fay Milton è passata all’accomodarsi alla regia del suo primo progetto musicale da solista. Goddess, però, non cela onnipotente delirio di genesi bensì il desiderio di celebrare la bellezza dell’arte condivisa tra spiriti affini, all’insegna della sorellanza, quella vissuta all’interno della scena londinese. Per contrapporsi così all’individualismo dilagante, portando avanti di pari passo il proprio impegno nella causa ecologista.

Ecco così che ciascuna delle dieci tracce di questo omonimo debutto, composte, registrate e prodotte in prima persona, si avvale della collaborazione di altrettante donne e persone non binarie al microfono. Il volto simil-cubista in copertina indica dunque la summa e la ricombinazione di più identità consacrate a un’unica missione, quella di condensare una vasta gamma di emozioni, nell’ampio spettro tra forza e vulnerabilità. La padrona di casa si muove con pari naturalezza e lucidità tra forma-canzone e sperimentazione, spaziando a grandi linee tra alt-rock, dream pop ed elettronica filo-industrial, con un’ammirabile compattezza sonora. Nel comunicato stampa si parla di un ipotetico incrocio tra Desert Sessions e Massive Attack – il connubio è fantasioso e calzante.

Le voci provvedono poi, appunto, a caratterizzare ogni episodio. Shingai (ex Noisettes) carica di soul le ombrosità di Little Dark, cronaca di una passeggiata notturna pandemica, tra post-trip hop e imperiosi battiti jazzy. Delilah Holliday (Skinny Girl Diet) garantisce ad Animal forti melodie urban pop e la performance artist drag Salvia (Lilith Salvia Morris) spara parole a raffica nella noisey Fuckboy, mentre Isabel Muñoz-Newsome dei Pumarosa – ricordiamo il loro interessante esordio – torna a farsi sentire nel suadente spiritual rock di Bad Child.

L’elenco prosegue in fluidità forse meno incisiva: Shadow Stevie va a pieni polmoni nella ballad con archi Golden (riadattamento della Grande degli Afterhours), Bess Atwell dispensa eleganza alla morbidezza comunque sia inquieta di Darling Boulevard, Izzy Bee Phillips (Black Honey) dona fanciullesca naïveté a Diamond Dust, Grove anima una Bounce da dancefloor e la pittrice/musicista Harriet Rock si addentra con teatralità quasi pattismithiana nell’estesa 22nd Century di chiusura, rilettura dal repertorio di Exuma.

Da ultimo, inutile dire, Ex:Re, cioè Elena Tonra dei Daughter, fa subito sua Shadows, singolo di lancio deep dark blue, anche perché la timbrica resta inconfondibile, per una tristezza di gran classe ordita con il contributo di Hinako Omori al piano e Ayse Hassan, sempre dalle benemerite Savages, al basso. Il pezzo più prezioso di un mosaico nell’insieme senz’altro riuscito.

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