Recensioni

5.3

I God Is An Astronaut, trio irlandese alla seconda uscita, si rivelano un gruppo da manuale, nel senso che seguono pedissequamente i canoni secondo i quali il proseguimento dell’universo dei Mogwai è affrontabile solo attraverso i Sigur Ròs.

Il nome del gruppo e delle tracce faceva pensare ad una mielosa (ma percorribile, ed interessante) combinazione tra un dreamy-post-rock e la teutonica Musica Cosmica. Invece niente di nuovo sul fronte occidentale, né su altri fronti. Ci si rassegna al manuale, appunto, con un pathos vicino agli ultimissimi A Silver Mt. Zion – con la definitiva scomparsa dei sentimenti complessi da questo post-rock etereo e arioso.

Ma lasciamo che i figli si prendano la responsabilità di parlare (ancora) dei padri, svelandoci i propri vizi e suggerendoci tentazioni latenti dei genitori. L’easy-listening era un potenziale già presente nella fruizione dei Mogwai. Tolte le loro asperità, tolta la geniale intuizione delle maglie di rumore inventate dai Jesus And Mary Chain per vestire la melodia facile e carina, i God Is An Astronaut denudano il classicissimo ricorso all’effetto romantico del bel sentire – agli antipodi concettuali del post-rock.

Ad esempio, Fire Flies And Empty Skies è una melodia che si presta a pestare col piede sulla distorsione – e i Nostri non perdono l’occasione. Fatti salvi gli ultimi due minuti di Suicide By Star – la cui combinazione tra percussioni e chitarra ritmica ricorda i rumorismi dei primissimi Ulan Bator, di quei singoli raccolti poi su Polaire – si ha l’impressione che un po’ di rumore sia necessario per coprire l’imbarazzo dello struggente a tutti i costi. Può piacere. Ma la bellezza è fugace e diventa un teschio.

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