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Appena dopo l’annuncio del nuovo album di Go Dugong, Novanta, ho messo a soqquadro il web per raccogliere quante più informazioni fosse possibile ottenere riguardo a questa famosa Linea 90 di Milano che, a quanto pare, ha rappresentato l’ispirazione principale e dichiarata del disco. Ne è uscito uno sconnesso racconto suburbano fatto di mitologia e storiacce a proposito di una tratta sporca, affollata e piena di personaggi pittoreschi, disagiati e degni di un disegno di Pazienza. Giulio Fonseca ha colto tutto questo, e il forte senso di multiculturalità che ha fatto idealmente da collante alle varie vicende, per comporre un album dalla gestazione tutt’altro che lineare.

Pronto da almeno due anni e rifinito nel 2014, il disco è stato accantonato in seguito a vari sconvolgimenti amorosi che hanno portato Fonseca a pubblicare un altro album, quel A Love Explosion che era un romantico gioco di basi retrò colorate da tinte pastello. La linea 90 che ha ispirato Novanta è una bestia totalmente differente. Facile immaginarsi il producer piacentino mentre ascolta J Dilla e attende il bus vicino alla Stazione Centrale per recarsi al mercatino di Piazzale Vincenzo Cuoco e fare incetta di vinili a buon (buonissimo) prezzo. Potremmo dire che Novanta fa da contraltare al Night Safari del collega e amico Populous: tuttavia, dove Andrea Mangia guarda alla savana, Fonseca si rivolge ai bollenti marciapiedi della metropoli, in quei quartieri multietnici in cui vanno ad intrecciarsi molteplici storie e avventure. La copertina volutamente confusionaria, in stile Revolver, rispecchia in pieno la scelta di affidarsi ad una spropositata quantità di micro sample (lasciate perdere Shazam, non ne uscireste vivi) presi da vari blog e siti di genere come Awesome Tapes From Africa e da dischi tutt’altro che facili da reperire che, rispetto ad A Love Explosion, scavano in profondità per formare lo scheletro vivo della tracklist.

Novanta è una divertente festa dislocata in più continenti e nazioni, tra Africa, Sud America e Turchia, scandita nel ritmo di un hip hop artigianale vecchia scuola impastato in una coltre dub-ragga, sicuramente meno personale e sognante rispetto al primo disco, ma ugualmente convincente e trascinante. Si fanno largo, tra sofisticati taglia-e-cuci, numerosi strumenti a fiato (Albanie, Balera Favela), scretch ossessivi (ottimo il lavoro di Godblesscomputers in Zambi, tra i momenti più alti del disco) e beat spigolosi (Kill It With Positive Vibes), sezioni vocali provenienti dall’entroterra (Ghetto Mala) ma anche il flow di Millelemmi in Cinico Civico (tranquilli, niente dissing a Fabri Fibra). Tra i pregi dell’album, un minutaggio ridotto che ben si presta a una rapidità e incisività che non dà modo di stancarsi o di storcere il naso.

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