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7.4

Difficile non appassionarti di musica quando tuo padre fa parte dei Blue Man Group – eccentrico gruppo teatrale dedito al perfezionamento di arti sceniche e avanguardistiche con l’uso di musica sperimentale – e tua madre è leader degli Human Sexual Response. Come poteva Cameron Mesirow, in arte Glasser, imboccare una strada diversa? Quasi impossibile e così, dopo l’uscita dell’EP Apply (2009), giunge l’ora del primo LP, Ring. L’esordio è promettente, all’insegna di sonorità tropicali unite ad atmosfere dreamy cosparse da invitante electro-pop.

Interiors, ispirato dall’attacco dell’architetto Rem Koolhaas al programma urbanistico della metropoli di New York (contenuto nel libro Delirious New York), riflette la necessità che ha Cameron di dare credito anche all’aspetto visivo dell’arte e alla ricerca del contatto tra spazi interni ed esterni, tra suono e immagine, tendenza confermata dalla collaborazione con l’artista Jonathan Turner, artefice di copertina, video e foto dell’opera. Ci troviamo davanti a un lavoro meditato, che formula una comunicazione più profonda e ragionata. L’essenza espressa con la forma. Ciò che colpisce più di qualunque altra cosa è la voce di Glasser, simile a quella di Björk. Una voce multiforme e allo stesso tempo sognante ed estatica, perno su cui Interiors si basa tutto.

Dal genio islandese (soprattutto periodo Vespertine), la Mesirow ha saputo trarre insegnamenti e linfa vitale: il bisogno è quello di creare geometrie complesse, ma anche lineari. Via i battiti tribali ed esotici per far spazio a leggeri e morbidi synth accompagnati da fredde pulsazioni (il primo singolo Shape) o intervallati da suite bucoliche e incantate (Window I, Window II, Window III). Keam Theme – con i suoi echi Bat For Lashes – è l’unica traccia ballabile, seppur non pensata propriamente per il dancefloor, mentre Dissect ci prende delicatamente per mano verso orizzonti lontani, con un controcanto soffice e ondeggiante. La mano del produttore svedese Van Rivers, presente anche nell’esordio, si fa sentire con le sue introduzioni techno, soprattutto durante la teutonica e glaciale Forge e nelle eleganti architetture orchestrali di Design. Il suo ruolo nella costruzione dell’album è stato “quello di un architetto“, come affermato dall’artista stessa, coinvolto anche nella fase del mixaggio curata da Jamie XX e Lindstrom.

Il ritmo minimale ed emotivo dell’elettronica crea un solco di malinconia (dovuto anche al percorso vitale dell’artista, che nei tre anni passati dall’esordio in studio ha affrontato la brusca interruzione di una relazione, trasferendosi da Los Angeles a Manhattan), a comporre un’opera notturna, intima e senza increspature. Complicato trovare punti deboli in questo secondo lavoro: Glasser aveva l’obiettivo di proporre un disco personale e sensuale e ha pienamente centrato il bersaglio. Il primo importante giro di boa della carriera affrontato senza paure, che alla fine diventa una conferma piacevolissima e uno dei lavori più interessanti dell’anno.

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