Recensioni

6.5

La migliore offerta di Giuseppe Tornatore attrae sulla carta per il cast notevole, l’immenso Geoffrey Rush in primis e così si va a vederlo, sperando che il manierismo e l’estetizzazione del regista siciliano non siano sovrabbondanti in quest’occasione.

Ci si trova allora davanti a un thriller-melodramma, in cui vengono messi in gioco sentimenti repressi, in questo caso l’innamoramento per una giovane ragazza da parte del protagonista, un composto e maturo antiquario battitore d’aste e collezionista d’arte, in un intricato svelamento che mette assieme amore, scoperte e inganni. Una misteriosa ereditiera, Claire Ibbetson (Sylvia Hoeks), che non si farà vedere fino a un certo punto del film, ingaggia Virgil Oldman (Geoffrey Rush) per far valutare il proprio patrimonio nell’isolata villa in cui vive segregata; soffre di agorafobia e così non si disvela direttamente. Seguirà un progressivo cadere, da parte del protagonista, nella rete seduttiva di lei, aiutato da un giovane orologiaio (Jim Sturgess) che man mano diventa consigliere amoroso dell’imbranato Oldman e a cui assiste il suo vecchio amico Billy (Donald Sutherland), complice di tante aste truccate.

I due si ritrovano, in fondo simili, lui nelle manie misantropiche, lei con la fobia per gli altri e per i luoghi aperti. “Quando pensi che con una donna è fatta, perdi il senso della strategia”, così gli suggerisce il giovane complice, immettendo nel protagonista e nella storia il senso della strategia che in fondo si sta giocando. Quella di lui nei confronti di lei, nei confronti del suo lavoro e delle aste truccate con l’amico Billy, quella sottile di lei con lui, il parallelo man mano che si procede tra innamoramento-ossessione di lui e progressiva apertura di lei… Ma è pur sempre un thriller e sul finale si scoprono finalmente le carte, che non riveliamo: “Non sarai mai sicuro di aver fatto la migliore offerta”, in amore e nella vita, sino a quando non sarà troppo tardi.

In sostanza, un Tornatore che c’è tutto nel tecnicismo, nel barocco e nel melodramma, in un meccanismo abbastanza ben congegnato che si regge sull’ottima prova di Rush, il motivo per cui vale la pena, in fondo, di vedere la pellicola. Il gioco tra verità e finzione, vita e arte, amore e inganno è sintetizzata nella frase chiave di Oldman, “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”. In fondo, c’è sempre una parte di noi.

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