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Righini è uno che naviga sicuro, il bilico tra spleen romantico e decadente (talvolta fin troppo allusivo e sospirato, nel cantato) e ottime doti poetiche. Il suo cantautorato, messo bene a fuoco in uno Spettri sospetti del 2009 e in un più che buono In apnea del 2011, è un misto di wave e mezze luci, una formula in cui i dettagli sonori vanno di pari passo con i temi trattati dai testi.

Scritto tra Berlino e Rimini, il qui presente Houdini è forse l’episodio più riuscito e ortodosso della discografia dell’artista. Un lavoro in cui il musicista sfronda la poetica aperta a vari stimoli musicali dei dischi passati, in favore di un’elettronica depechemodiana (ma non solo) solida e determinata. Dischi sul genere ne capitano in continuazione, e il difetto è spesso riconducibile al volerli far suonare eccessivi e filologici, dark oltremisura e teatrali. Il musicista romagnolo, invece, sostenuto da una scrittura che non sbaglia un colpo e da testi ben scolpiti (bello lo spaccato narrativo descritto in Monge Motel, almeno quanto il singolo Magdalene), riesce a suonare tagliente (Bye Bye Baba), persino blues alla sua maniera (Amsterdam), amante di certe atmosfere caveiane (Licantropia) come di certi beat dritti di scuola Air (Tic Toc Bar) o di parentesi eteree quasi ambientali (Lungo la strada).

Dieci brani che convincono. Giuseppe Righini meriterebbe più di quel che ha raccolto fino ad ora, e questo potrebbe essere l’album della svolta.

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