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Passati due anni da Transatlanticism – tempo che si configura come intervallo creativo canonico, per quanto questa volta sia spezzato dall’ultrafortunato progetto parallelo di Ben Gibbard e Jimmy Tamborello, The Postal Service – i lunghi vagabondaggi (trans)acquatici del quartettiper ora finiscono qui, nel cespuglio sottomarino di coralli della copertina di Plans.
Le coordinate stilistiche e liriche della band non sembrano essere particolarmente cambiate, eccezion fatta per i pianoforti più liquidi e ingombranti, messi in primo piano dalla produzione di un Christopher Walla che li privilegia spesso alle scansioni melodiche della chitarra ed a quelle ben carate della sezione ritmica. Anche il viaggio c’è ancora, solo, è un viaggio diverso, che viene a chiudere la sequenza degli altri viaggi. La bellissima I Will Follow You Into The Dark (una delle canzoni più belle che i Death Cab abbiano mai scritto, probabilmente) appare come una sorta di continuazione od opposto speculare della A Lack Of Color che concludeva il disco precedente: allo strappo Plans sostuituisce la promessa di continuità anche nella “blackest of rooms” della morte, nella stanza d’ospedale di What Sarah Said, nel letto d’albergo di Brothers On A Hotel Bed, nel luogo altro e indefinito del primo singolo del disco, Soul Meets Body.

Ancora una volta – almeno, per chi a sette anni dalla formazione della band ne padroneggia il “vocabolario” – ci si trova davanti ai quadri di molti luoghi con nomi molto diversi, ma dotati della medesima valenza lirica e dicotomica di unione/separazione così cara all’ autore, che viene racchiusa una volta per tutte in Different Names For The Same Thing. E ancora una volta, a ricordare di cosa i Death Cab For Cutie sono fatti, Summer Skin e The Marching Bands Of Manhattan riportano senza scarti allo splendore malinconico e terminale di una carriera dignitosamente lunga e costellata di frammenti sonori indimenticabili.
Eppure pare che qualcosa, dai tempi di We Have The Facts… ad oggi, si sia perduto. E forse più che mai prima d’ora, le deviazioni e i passi falsi rispetto al percorso della tracklist (narrativamente quasi ineccepibile, come sempre) non mancano: la sciapa Your Heart Is An Empty Room, la banalotta (pure un pochino ruffiana, visto il grande successo di pubblico che l’adozione come colonna sonora del telefilm The OC gli ha procurato) Someday You Will Be Loved e la francamente neutrale Stable Song inficiano l’intensità di un disco che per creatori, esecutori e protagonisti avrebbe potuto meritare qualcosa di meglio di un (7.0/10). Il capitolo meno fortunato di una storia, quella di Ben Gibbard e dei suoi Death Cab For Cutie, che è valsa e vale ancora la pena di raccontare.

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