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Dopo il torpore delle festività, il mercato discografico nostrano è pronto a riaccendere i motori. Il nuovo anno è iniziato da appena paio di settimane, ma dalla scena underground italiana non tardano a farsi attendere le prime (interessanti) soprese di questo 2025. È da Torino, infatti, che arriva, il disco d’esordio della cantautrice Giulia Impache. Uscito per Costello’s Records e distribuito da Artists First, IN:titolo è una prova sulla lunga distanza dalla vocazione fortemente sperimentale, in cui coesistono tra loro melodie arcaiche, glitch, pop e psichedelia.
La raccolta dei dieci brani (di cui una bonus track) ha iniziato a prendere forma diversi anni fa come una specie di canzoniere contemporaneo di sonetti o madrigali, e per questo motivo i titoli riprendono l’incipit di ogni brano, così come spesso accade nei testi di poesia antica.
La forma canzone viene completamente scardinata, scomposta e riassemblata secondo dettami avant-pop. L’ascoltatore è guidato in un vero e proprio viaggio sonoro dall’eterea voce della cantante torinese, tra ascensioni luminose e vortici di oscurità. In bilico tra le acclamate sperimentazioni canore di Daniela Pes e passaggi che sembrano provenire dall’immaginario filmico di David Lynch, la musicista si destreggia con maestria in cornucopie di suoni organici ed elettronici.
Le danze vengono aperte dall’ambient sintetica di Oh, Girl! ma lasciano ben presto spazio alle divagazioni di stampo free di In The Dark, catartico brano nato come un pianto collettivo dopo la drammatica uccisione di George Floyd. L’atmosfera weird e perturbante si tramuta anche in interessanti derive clubbing come nella strumentale (l’unica) Ogni Cosa o in (I’m) Looking (for)life, in cui la scena viene rapita da pulsanti bassi sintetici dal gusto hyper-pop. Il tutto è impreziosito da momenti, come Occhi o Quello che (outside), in cui si stagliano melodie ataviche che rievocano mondi antichissimi.
Testualmente, invece, i brani alternano liriche in italiano e inglese, ma anche quest’ultime risultano frammentate (e introspettive) come le strutture armoniche. La cantante, infatti, utilizza la voce come un vero e proprio strumento da decostruire e manipolare elettronicamente per affrescare le dieci composizioni.
Un particolare plauso va riservato anche a Jacopo Acquafresca e Andrea Marazzi (produzione e arrangiamento), musicisti con i quali Giulia Impache condivide la stessa attenzione maniacale al suono che li ha portati a improvvisare e a ricercare nuove cerebrali soluzioni insieme, lontane dal mainstream e dalle logiche algoritmiche.
In conclusione, è impossibile non rimanere stregati da un lavoro ricco di suggestioni d’avanguardia, ma capace al tempo stesso di rimandare a mondi (e passati) lontanissimi. Un sound senza tempo né luogo, extraterrestre, ma, proprio per questo, estremamente umano. Con un esordio come questo, Giulia Impache ha tutte le carte in regola per affermarsi come una delle voci più promettenti del sottobosco musicale italiano.
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