Recensioni

Ottanta canzoni pop. Per la precisione: canzoni italiane. Anzi: canzoni italiane d’amore. Due-tre pagine per ognuna, quattro al massimo. Quel che basta cioè per inquadrarle nella loro epoca e nella discografia/biografia del rispettivo autore, per cogliere i dettagli della piccola rivoluzione che rappresentarono all’epoca dell’uscita e che ancora oggi si portano dentro. Giulia Cavaliere, penna attiva da anni su varie testate e variabilmente impegnata a raccontare musica, debutta con un saggio che nella sua semplicità cova un’ambizione ben strutturata: si propone cioè di intrigare un pubblico trasversale, vale a dire sia gli appassionati totali con pretese di gusti raffinati e – sedicenti? – alternativi che gli ascoltatori semplici, cioè tutti gli altri, quelli che ci stanno eccome a farsi rapire dal motivetto radiofonico e a cui almeno una volta nella vita sarà capitato di chiedersi: cosa succede?
Il sottotitolo di questo Romantic Italia è in tal senso emblematico: «Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore». Al di là dell’ammiccante parafrasi di Raymond Carver, suggerisce esattamente quello che a mio parere è il tema cruciale del lavoro, quell’agitarsi sotterraneo e segreto che è delle e nelle canzoni, spesso dissimulato sotto la pelle dell’immediatezza, coperto dal velluto della melodiosità, e che invece lavora tra le righe e nella penombra per ridisporre gli equilibri del sentire comune. Se è vero che le intuizioni più rivoluzionarie arrivano da chi resiste su posizioni intransigenti e persino avanguardistiche, senza curarsi del consenso, dei passaggi radiofonici e dei vili dati di vendita, tocca però al pop l’onere/onore di un confronto diretto col vasto pubblico, di giocarsi cioè in prima linea la carta degli azzardi, degli spostamenti di senso (comune), rischiando spesso l’indifferenza o persino il dileggio collettivo. Parte più o meno da queste premesse l’escursione di Cavaliere nello sfaccettato mondo della canzone italiana, per affrontare il quale sceglie la bussola più opportuna, ovvero le proprie predilezioni, l’ammirazione, l’amore (appunto) per brani, autori e interpreti che l’hanno accompagnata nel mondo dall’infanzia al mondo adulto, contribuendo da par loro a plasmare la sua mappa emotiva e sentimentale.
È chiaro fin dall’inizio – ed esplicito nell’introduzione – che queste pagine non hanno il minimo intento enciclopedico, né c’è traccia alcuna di voler stilare graduatorie. Una volta preso atto dei Paolo Conte, dei Modugno, dei Battisti, De Gregori, Giurato, Paoli, Vanoni, Oxa, Fossati, Jannacci, Matia Bazar, Baglioni, Ciampi eccetera (un eccetera che si spinge fino ai recenti Cosmo, Iosonouncane e LIBERATO), è del tutto inutile avviare la caccia al nome mancante o mettere sulla bilancia la frequenza delle citazioni. Volendo far pace preventivamente con il vizio delle classifiche, credo sia lecito considerare Romantic Italia come una sorta di diario di formazione dell’autrice, la quale non ci/si risparmia infatti frammenti autobiografici, la sua versione dei fatti, eleggendosi cioè a rappresentante di un sentire popular che però – attenzione – non cede di un millimetro sul fronte della consapevolezza e della sottigliezza. Analizzate anzi raccontate più con affetto che con piglio critico – e semmai meno sul versante musicale che testuale – le canzoni rivelano sfumature, dettagli, risvolti, implicazioni, connessioni capaci spesso di gettare una luce nuova sui motivi profondi che le hanno rese nel tempo celebri o comunque preziose. Non sempre mi trovo d’accordo con le considerazioni dell’autrice, e non nascondo che alcune scelte – ovviamente – mi hanno lasciato perplesso. Ciò non toglie che sono arrivato fino all’ultima pagina divertendomi assai, riascoltando pezzi dimenticati (un paio, confesso, neppure li conoscevo) e con la sensazione di aver ricollocato qualche idea nel modo giusto.
Devo poi un paio di ulteriori ringraziamenti a Cavaliere. In primo luogo per l’omissione di nomi quali Ramazzotti, Pausini, Antonacci, Masini, Giorgia e più o meno (graziaddio) tutto il talentume recente: va bene lo sdoganamento del pop anche più trito, ma ci sono confini che non mi sento ancora in grado di oltrepassare. Infine, le sono grato per avermi aiutato a entrare nel cuore di un pezzo detestabile come Sei un mito: continuo a non sopportare la canzone e tutto il catalogo 883, però in tre pagine Giulia ha reso un po’ più facile accettare il clamoroso successo che continuano a riscuotere una generazione via l’altra. Che dire: l’amore fa miracoli.
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