Recensioni

Dopo il valido Hillbilly Ragas del 2025, in cui aveva ampliato i confini dell’American Primitive innestandovi improvvisazione e suggestioni orientali, Sir Richard Bishop ne firma un ideale seguito. Al centro resta una personale rilettura della lezione di John Fahey, Leo Kottke e Robbie Basho: un uomo, una chitarra acustica, nessun overdub, nessun effetto. Sette degli otto brani – fa eccezione la conclusiva Postcoital Serenade, una vera serenata – nascono dall’improvvisazione.
Di erotico non vi è nulla: il titolo gioca con la toponomastica del Tennessee rurale (Lick Skillet, Sweet Lips, Hookers Bend, Finger…), con l’autore a evocare “radure illuminate dalla luce del mattino”, salvo avvertire che “l’oscurità è sempre dietro l’angolo”. Dai “raga del montanaro” si passa all’esplorazione di colline, torrenti e sentieri immaginari, lasciando che siano i luoghi a suggerire il racconto.
È anche un disco più libero del predecessore: l’avanguardista travestito da tradizionalista torna a misurarsi con la tradizione per spostarne ancora una volta il baricentro. Qui Bishop sembra meno interessato a dimostrare una tesi che a lasciarsi trasportare dal gesto, affidando alle dita il compito di disegnare una cartografia sonora fatta di rilievi, deviazioni e sentieri imprevisti. Ne deriva una musica più spontanea, anche fisica, dove il legno della chitarra vibra con una presenza quasi tattile.
Back Forty Lashes e Lick Skillet pizzicano le corde con un gusto vagamente spagnoleggiante già in precedenza esplorato, mentre la bucolica Finger, Tennessee distende lo sguardo tra fingerpicking e arpeggi luminosi. Nei pensieri in libertà di Sweet Lips Spiritual il primitivismo si sporca di country blues, lasciando affiorare quella stessa inquietudine evocata dall’autore, tensione che riaffiora anche in Hookers Bend. Curiosa infine Bride of Rhythm Methodist, ostinata e ipnotica, quasi una Set the Controls for the Heart of the Sun trasportata tra gli Appalachi.
Figure ostinate, fingerpicking in libertà, tradizione e improvvisazione: la musica di Bishop è come un virus, una volta inoculata continua a replicarsi, mutando forma a ogni ascolto e rivelando ogni volta nuovi dettagli.
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