Recensioni

6.5

Sarà per il loro oblio ciclico e programmato che li porta fuori dalla discografia ogni 4 o 5 anni o per la totale assenza di velleità hype e social, ma sta di fatto che dai Girls in Hawaii ci si è sempre aspettato tanto. In attività dal 2002, la band belga ha bucato il disco della consacrazione nel 2013 con una terza prova (Everest) non all’altezza che l’ha fatta passare, con il senno di poi e parafrasando la recensione di Marco Boscolo «come uno dei tanti act da bedroom pop che hanno forgiato il proprio suono su quelle direttrici estetiche». Everest seguiva l’ottimo Plan your escape (2008) che aveva gettato le basi per permettere ai GIH di diventare un punto di riferimento per un certo tipo di indie-pop dai tratti dream di matrice francofona. Sebbene la sensibilità pop sia il miglior pregio della band (una caratteristica che la dura perdita di Denis Wielemans nel 2010 non solo non ha scalfito, ma ha reso più profonda e corposa), anche stavolta c’è da fare i conti con i limiti di sempre, seppur limati dall’esperienza, che risultano alla fine un fardello troppo pesante.

Il vero problema qui sembra essere tuttavia l’ispirazione. Se l’accoppiata This Light/Cyclo – un corto circuito che evoca Blur e Radiohead con la stessa facilità – fa gridare al miracolo, momenti come Indifference e la profetica Overrated pensano poi a riportare tutti sulla Terra. Qui spalmate di synth infantili e cori che sembrano un riempitivo abbassano le pretese di un album che avrebbe potuto rappresentare un vero salto di qualità per i belgi. Ancora una volta l’approccio è un po’ grossolano e impacciato anche in fase di produzione, nella stessa misura in cui lo notava Boscolo in Everest («…come se i synth li avessero dati in mano ai Tangerine Dream di fine anni Novanta o a un Mike Oldfield decaduto»).

Ma si sa, i Girls in Hawaii esprimono al meglio il loro potenziale nella dimensione live, e sarà quindi su palco che brani come Walk (quasi un omaggio ai Kraftwerk), Guinea Pig, Willow grove e la bella Up on the hill usciranno da questo perimetro misurato, nostalgico e non sfruttato al massimo, per dar vita a migliori e più performanti intrecci. Nocturne si colloca esattamente a metà tra Plan your escape ed Everest, in un gioco di forze che alterna movenze alt-pop interessanti à la Grandaddy e scivoloni insipidi in stile Temper Trap. Ancora un disco sufficiente ma convincente a metà. A quando il decollo?

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