Recensioni

7

Anticipato dal singolo Berlino, che ne preannunciava la svolta in senso elettronico, ecco Specie di spazi, un EP che due anni abbondanti dopo il buon Tutto ciò che si poteva cantare ribadisce la vena diversamente cantautorale di Giovanni Peli. Se nel suo primo album ufficiale, infatti, Peli si muoveva con disinvolta intensità tra pop-rock e folk, stavolta si posiziona su una intelligente linea di confine tra wave e folktronica, per trovare nuove collocazioni emotive al consueto lirismo. I suoi testi possiedono la padronanza agile e prodiga di implicazioni di chi è in primo luogo e davvero poeta, ma hanno il merito di non rubare la scena, anzi d’incastonarsi tra le trame elettroacustiche e le pulsazioni digitali.

Cinque i pezzi in scaletta che funzionano nell’insieme e singolarmente, tratteggiano nevrosi accorate e atmosfere brumose (una Sterminate che sembra stemperare Japan e Royksopp), trepidazioni garbate (la malinconia agrodolce à la Notwist di Distanza, venata di feedback e coretti) e le arguzie ciber-pop (una Fiori non distante dal Battisti panelliano). Detto della già citata opening Berlino, nella quale la compenetrazione tra istanze sintetiche e tradizione cantautorale raggiunge forse l’apice, tocca ad Accorgetevi la palma del pezzo migliore, col suo crescendo emotivo (il testo – stupendo – è riadattato dalla poesia Quante parole non ci sono più di Mario Benedetti) e la wave accalorata da nipotino gentile dei Depeche Mode. Che si tratti di una parentesi o di un nuovo corso, pare comunque cosa buona. E promettente.   

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette