Recensioni

Nemmeno un mese fa ci si occupava della sua ultima reincarnazione, i Gurubanana, e ora ci ritroviamo a parlare di Giovanni Ferrario in occasione dell’uscita del suo primo disco solista. Pubblicato, a dire il vero, in contemporanea con l’esordio della band di cui si diceva, ma arrivato in redazione soltanto ora. Poco male, perché se c’è una cosa che la musica del Nostro non teme è il passare del tempo, radicata com’è in un immaginario che scava nel rock dei Sessanta e dei Settanta e, nel medesimo istante, pesca a piene mani da una modernità a sé stante e peculiare. Se l’imprinting generale rimane infatti il lavoro di artisti come i Velvet Underground, Syd Barrett, David Bowie e il cantato indolente riconduce ossessivamente al nume tutelare Lou Reed, è vero anche che ogni brano di questo Headquarter Delirium è una scoperta continua, esempio caracollante di una creatività coraggiosa e senza confini di sorta. E così ci si ritrova a bazzicare con la batteria elettronica di War’s Over avendo in mente certi Radiohead, si galleggia tra pop inglese e crooning in Elsewhere senza troppe sorprese, si citano i Rolling Stones periodo Decca in Cathode Ray Conversion, aprendo, negli ultimi minuti, a un blues che più acido non si potrebbe. Ricchezza di stimoli, insomma, più che dispersività, voglia di mostrare tutti i lati della propria vicenda artistica più che semplice passatempo per una personalità esuberante, in due parole, un disco onesto. Tra i crediti ritroviamo Manuel Agnelli, Marco Parente, Marta Collica, Enrico Gabrielli, Nicola Manzan, Roberto Dell’Era, Max Trisotto e un po’ tutta combriccola alternativa che gira attorno alla scena di Milano-Bologna. Un’ulteriore garanzia per un’opera che non può passare inosservata.
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