Recensioni

Non cede di un millimetro lo sdegno militante di Giorgio Canali. Nel quarto album in proprio, il secondo per la tempestosa etichetta dei Tre Allegri Ragazzi Morti, l’invettiva dei testi viaggia ancora a cassetta sulla carrozza infernale, scudisciando a furia di mischie travolgenti – l’hard punk in odor di Bad Seeds di Alealè, riciclato dai tempi di Lazlotòz – abitate da anti-slogan beffardi e impietosi (vedi la parafrasi Gaber: “la libertà è partecipazione… agli utili”). Senza smettere tuttavia di scavare un solco netto e profondo rispetto a tanta musica “impegnata”, perché non ci sono rivendicazioni né grandi famiglie alle spalle, c’è solo il Canali e la sua amarezza, la rabbia senza sbocco, l’incazzatura letteraria. Il rocker è solo. O meglio un tutt’uno con la fedele combriccola, Marco, Luca e Claude, i Rossofuoco. Più qualche amico cui spedire caustiche cartoline. Qualcuno ancora vivo (come i Noir Désir, di cui riadatta in italiano la fosca tensione di Septembre en attendent, previa l’armonica di Bugo) e qualcuno un po’ meno (come i Gun Club, omaggiati nell’abrasiva Canzone della tolleranza e dell’amore universale).
Robusto e urticante, è un sound che diresti figlio spurio d’un Lou Reed invischiato wave (gli arpeggi unghiosi di Verità, la verità, pezzo dedicato alla memoria di Federico Aldrovandi, come tutto il disco) o di un Cave melmoso (la stradaiola Swiss Hide, che tra le altre cose osa recitare: “auspici del IV Reich, che con un Papa tedesco non si sa mai”), salvo sciorinare uggiose cupezze circa The Cure (Non dormi) o scavarsi nel cuore una psichedelia accorata (Falso bolero). C’è sentore di pilota automatico solo nella peraltro mordace Comequandofuoripiove, mentre la conclusiva Il ballo della tosse azzarda una obliqua rilettura/caricatura di Águas de março in chiave beat che proprio non me l’aspettavo. Nelle note stampa Canali ci promette d’essere più tranquillo e solare in futuro. Certo. Come no.
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