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Dietro il progetto Giona c’è la mente di Alessio Forgione, già voce e chitarre de L’Amo, che insieme a Michele Leo e Daniele Sarubbi completa un trio capace di confezionare un lavoro in scala di grigi tanto urgente quanto tagliente, narcotico e violento. Per tutti i giovani tristi, che esce per una joint venture formata da etichette che hanno tra le loro fila alcuni degli esempi più interessanti del punk italiano recente, è una coltre di fumo confusa e disturbante nella quale i tre sono abili a inserire sfoghi emocore, staffilate chitarristiche, grida, rabbia e suoni taglienti pronti a saltar fuori quando meno te l’aspetti.

Sporco, low, sbagliato. Il fascino di un disco così poco rifinito sta tutto nella profonda autenticità con cui Forgione riprende le strade interrotte di Napoli, sputandole fuori a velocità isterica in undici brani brevi e densi di rimasugli di una gioventù andata (a) male, tra un amore incapace di rispondere alle aspettative e un orgoglio sempre più complicato da ridefinire. Storie di coltelli e di feedback che veleggiano ora verso dinamiche noise, ora verso ombre shoegaze.

Un disco che inizia con “Guardia, picchiami come facevi dieci anni fa” e si chiude col mantra di “Smetterei per non sapere per cosa fare”. Nel mezzo amicizie che volgono al termine (Coerenza tralalà), un amore stupendo in un luogo vietato (Gaiola), la Napoli degli ultimi (Traiano) e una cover di una cover dei Ramones (Do You Wanna Dance?). Con una Peroni tra le mani, l’umidità addosso ed un cuore appassionatamente cinico, triste e realizzato, Giona raccoglie tutto quello che c’è di più ombroso, intenso ed ostile, e lo risputa fuori con l’acido disincanto di chi sta tracciando una linea per non tornare più indietro. Cos’è successo? Come faremo a tornare quelli di una volta? Quando? “Adda passà ‘a nuttata”.

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