Recensioni

Secondo disco per i Giobia da Milano, seconda tappa di quella che pare essere a tutti gli effetti una magnifica ossessione: per il garage psych dei sixties come si profilò in un formidabile e immaginifico gioco di rimbalzi sulle due sponde dell'oceano, riverberando effetti collaterali surf e western, rigurgitando particelle mnemoniche vaudeville/folk col preciso scopo di farne additivi per sfornare polpette stupefacenti. La mezz'ora di questo Hard Stories poco concede alla contemporaneità, è uno sberleffo ucronico, un "fra parentesi" a tenuta stagna.
Poco a che vedere con proposte tipo Jennifer Gentle, che muovono da premesse simili per azzardare un indie mutante con attitudini progressive e tentativi (velleità?) d'inaudito. I Gioiba, invece, sembrano voler rendere conto solo a se stessi (alla magnifica ossessione di cui sopra). Aprono lo scrigno e lo richiudono. Tutto qui. Inevitabile chiedersi: perché spendere soldi e tempo per un disco come questo se posso ripescare dal baule i vecchi Blues Magoos, Electric Prunes, 13Th Floor Elevator, Pretty Things o addirittura i primi Pink Floyd? Me lo sono chiesto, infatti. E mi sono dato almeno tre risposte: perché i Gioiba scrivono belle canzoni; perché le interpretano bene; perché hanno tutta l'aria di divertirsi parecchio. A voi giudicare se sono buoni motivi.
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