Recensioni

Ha il candore della neve che sfiora il salmastro e la romantica franchezza di un mattino al porto di Livorno: dopo anni passati a suonare e cantare in gruppo – The Walrus e Mandrake prima, Sinfonico Honolulu poi – il livornese Giorgio Mannucci ha deciso di mettersi a lavoro da solo, faccia a faccia con la voglia di fare qualcosa di nuovo ma al tempo stesso familiare e intimo. Macinati gli ascolti di album importanti e imponenti, dal dolore dei legami di sangue narrato da Sufjan Stevens alle innovazioni robotiche firmate dal solista Damon Albarn, Mannucci sembra essersi messo a studiare l’importanza del silenzio, del sapersi ascoltare mentre gli altri, i maestri (Dalla su tutti, fischiettato e assorbito ), dipingono l’impossibile semplicità del cantautorato. Il giovane autore non copia, non scimmiotta, prende qua e là con intelligenza e sensibile attitudine al terreno pop d’autore. Gli otto brani di Acquario dimostrano una grande consapevolezza e una maturità freschissima ma non per questo Gio Mannucci tenta, con troppa insistenza, di atteggiarsi a nuovo maestro impegnato del cantautorato indie-pop, atteggiamento che spesso distrugge molti album di debutto solisti in quella voglia estrema di farsi sentire a tutti i costi.
La sua passione per la scuola romana targata Fabi, Silvestri, Gazzè emerge tutta in pezzi come Clinomania, Sotto La Pioggia e Parigi figli un amore elevato a forza trainante dell’intero disco. Fra sensuali dolcezze, fotografie sbiadite dell’infanzia, imperituri aneliti e inconsolabili amarezze per il cantautore livornese appare impossibile trovare, tra tutti i sentimenti umani, uno più ricco d’imperscrutabili e imprevedibili sfaccettature di quanto lo sia l’amore. Inevitabile il suo tentativo di dare forma alla passione e alle relazioni amorose come un novello cantore interessato alla potenza di una straordinaria quotidianità passata in coppia.
Dal ritornello di Come Le Nuvole alla chitarra di Sotto La Pioggia tutto in Acquario racconta una diversa faccia dell’amore, una sfumatura condivisa da due giovani amanti, preda di passioni, litigi, desiderio: se l’approccio è quello dei confessionali che ricorda un giovane Carboni in salsa Harry Nilsson, gli otto brani di questo piacevolissimo debutto hanno un respiro dal sound vitalistico e dal garbo melodico. Una proiezione di note e parole sospesa in un elettropop accorato, liquoroso e suadente, in grado di muoversi perfettamente fra quei corpi liberi perfettamente disegnati nell’ottima Escamotage, uno degli episodi più centrati e gustosi dell’album assieme al ritmo aerostatico di Tipico Della Tua Età.
Un felice debutto quello di Mannucci che non manca di dimostrare un personale talento compositivo, cura degli arrangiamenti e ricercatezza dei testi – in oscillazione costante tra folk a stelle e strisce e tradizione cantautorale italiana (da Paoli a Battisti). Come canta spensierato nel disco, Mannucci ha deciso di essere se stesso e ha fatto benissimo.
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