Recensioni

6.8

Fondatrice e bassista, assieme ad Ana De Silva, dei Raincoats, icona post-punk che è stata un autentico punto di riferimento per la scena grunge e riot negli anni ’90 (Kurt Cobain, nelle note di copertina di Incesticide del 1992, ha incluso un’estasiante ode ai Raincoats e al loro album di debutto), Gina Birch ha continuato ad orbitare nella scena artistica come regista e creativa della visual art (appena l’anno scorso, Birch ha illustrato un libro con i testi della cantautrice Sharon Van Etten), salvo poi decidere di ritornare ad esprimersi con le quattro corde in un’opera-manifesto, I Play My Bass Loud, che attraversa sapientemente i generi più disparati: outsider folk, dub reggae, funk e persino prog rock.

Il tutto con l’aiuto di Martin “Youth” Glover dei Killing Joke, in veste di producer, oltre che di alcuni ospiti illustri come Thurston Moore (che compare nel brano Wish I Was You, un inno 90’s in perfetto stile The Breeders). La title track, che è anche uno dei brani in assoluto più riusciti del disco, vede la partecipazione di ben cinque bassiste, tra cui Jane Crockford del gruppo post-punk britannico Mo-dettes ed Emily Elhaj, che suona nella band di Angel Olsen.

L’album trasuda messaggi anti-patriarcali, come se raccogliesse un invito implicito di questo preciso momento storico, più che mai dominato da un problema che i più tendono a minimizzare, se non addirittura ad ignorare: la subalternità del femminile, così ancora tristemente attuale, si trasforma qui in inni densi di humour e sacrosante verità, come nell’urticante I Am Rage, o nell’omaggio al collettivo Pussy Riot (citato sin dal titolo del brano, ma anche nel sound glitch-pop, qui rigorosamente in levare), o in Feminist Song, dove si ripropone una domanda che ancora oggi viene posta, non senza incomprensibili ironie, e a cui si risponde nella maniera più ovvia: perché diavolo non dovrei esserlo? «Sono una combattente, sono una credente», canta con sfida, «sono una madre, sono una donna delle pulizie, sono un’artista e sono tua». Il tutto diventa ancora più esplicito e drammatico in I Will Never Wear Stilettos: «Non indosserò mai delle Jimmy Choo, datemi i Dr Martens». E tutto questo, lungi dall’essere un artificioso schieramento estetico, è frutto di una dolorosa riflessione, perché «A volte devi solo poter scappare».

I Play My Bass Loud, una sorta di concept-album sulla femminilità non incasellata e non incasellabile, è un disco coeso e riuscito, che se non altro ci regala l’emozione di veder brillare una personalità istrionica, piena di umorismo e acume, che è stata cruciale nella storia musicale recente, e che sembra avere ancora molto da dire.

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