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I Giant Swan sono la creatura di Robin Stewart e Harry Wright, due ragazzi che sembrano l’estensione fisica e spirituale del raver di nuova generazione – nerd, esteta, ossessionato, ambiguo, ossuto, ben vestito (non nel caso del primo, Stewart, che nelle intensissime performance live si esibisce a petto nudo e agita il capo calvo come un crash test dummy su un tagadà).

I due provengono dall’ormai famigerata (in termini di scena artistica e musicale) Bristol, e si fanno notare già dai primi anni di attività (stiamo parlando del 2014-’15) grazie a un output live assolutamente distruttivo e con un’attitudine più prossima al punk che non alla techno, sebbene il loro suono abbia molto di più da spartire con le casse in quattro della motor city, e non tanto con gli svolazzi noir-intellettualoidi dei fratelli maggiori della trip-hop. Il suono dei Giant Swan è tutt’altro che rilassato e ombroso, anzi: è il suono di una molecola impazzita che scombina l’organismo dell’industrial più militante, rammollendolo con iniezioni di THC e fluidi allucinogeni, lasciando però intatta l’abrasività dell’acido di quelle vecchie batterie sintetiche. Solo il lato performativo espresso da Stewart e Wright potrebbe rimandare a qualche istanza più “sperimentale” del punk e dell’hardcore ma, a contrario di quello che scrivono/dicono molti sul loro conto, per il sottoscritto i Giant Swan non paiono proporre autentiche cinghie di trasmissione tra i generi sopracitati. Il lungo di debutto sull’etichetta KECK (una sorta di vanity label del duo, dal momento che non si trovano altri artisti in roster, ad oggi) è la controprova che i due sono stati plasmati più dall’elettronica che da altro, ma è l’attitudine ad essere sovversiva, e i luoghi in cui si sono svezzati ad essere piuttosto affini a quelli di un festino DIY: cantine, warehouse, garage e via andare.

Insomma, ormai l’elettronica ha perso attrito e sta scivolando nelle mille pieghe della cultura pop, e un output così traumatico e aggressivo come quello dei Giant Swan viene automaticamente associato al punk (termine che dovrebbe essere abolito, secondo me), o almeno al suo simulacro, al suo valore iconico: così come il floppy disc è stato celeramente soppiantato, sebbene la sua icona sia rimasta lì a simboleggiare il concetto di salvezza, ecco che certa musica “dura” adesso non viene più distinta dalla faziosa dicotomia “chitarre/non-chitarre”, “urlacci/voci-campionate”, ma diviene un flusso unico in cui inserire quante più espressioni musicali atte ad agitare i corpi, le menti, gli spiriti, appunto. Non abbiamo più una forma compiuta di rock psichedelico, hardcore, speed metal o quant’altro, ma lo spirito è ben conservato e può penetrare in qualsiasi cavità.

In quest’ottica, l’omonimo Giant Swan si pone come un’autentica pietra di paragone in sella a quest’anno discografico, un album con il quale ogni artista “duro”, “post-qualcosa”, “anti-qualcosa” deve inevitabilmente fare i conti: il duo di Bristol riesce infatti in un doppio intento, ovvero quello di suonare più spinto e cattivo di qualsiasi altra cosa in giro negli ultimi mesi, oltre che attaccare la rabbia alla techno, mutando il suono ormai appiattito per masse di ovini del sabato sera in qualcosa che, forse, ha riscoperto il suo valore anticonformista (prendiamo ad esempio le bordate di Pandaemonium, uno dei picchi dell’album); questo, per farci capire che la techno non è appannaggio esclusivo di donne immagine come Nina Kravitz, sponsor viventi come Amelie Lens, macchine da soldi senza tatto alcuno come Carola o cariatidi come Cox, ma è ancora una cosa con una sua ragion d’essere, una cosa che può ancora emergere dai bassifondi.

Piuttosto, qui la situazione torna ad essere fresca e stimolante come un tempo in cui dal cappello uscivano prodotti ibridi (e difficilmente vendibili) come Fuck Buttons e Demdike Stare, cose inafferrabili e per questo realmente autentiche e distinguibili da altre: 55 Year Old Daughter è la molotov che dovete sempre tenervi in tasca, per capire la vera efferatezza dei Giant Swan.

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