Recensioni

7.2

Come già faceva capire il sorprendente predecessoreIs All Over The Map (Thrill Jockey, 2004), il gigante di sabbia si è spostato ma non sfaldato, poggia su basi imponderabilmente transatlantiche (un piedone in Arizona e l’altro in Danimarca) e soprattutto può contare sulla
frugalità sdrucita, tanto più malferma quanto più solida del caro Howe Gelb. Che in questo ProVISIONS (titolo dai molti risvolti, su cui riflettere un po’) veste le proprie creature coi vestiti buoni del “quasi-mainstream” come non accadeva dai tempi di Chore of Enchantment (Thrill Jockey, 2000), al punto che sembra di vederlo uscire dallo sgabuzzino dei rimpianti di Return to San Pedro (Ow Om, novembre 2007) per accomodarsi nel salotto con vista sulle trepidazioni di frontiera, senza venir meno al tipico, storto,
inguaribile disincanto. Il segreto di questa formula sempre uguale a se stessa eppure mai priva di senso e motivazioni, sta – credo – nella fiducia tanto più inflessibile quanto più apparentemente fragile e fugace nelle potenzialità evocative del folk rock, cui Howe si aggrappa quasi fosse la sua intima (e
pericolante) torre di guardia sulle vicende del mondo. Ciò che lo fa sembrare il custode di un tesoro preziosissimo ed effimero, il cui valore coincide col piglio toccante e svagato da cuginetto freak di Lou Reed (sentite l’asprigno struggimento di Spiral e Out there, oppure lo sdrucciolare sonico di Worlds End State Park), la cui onnivora e indecifrabile post-modernità precorre i recenti languori tex-mex targati Lanegan/Campbell(non a caso c’è Isobel nell’inquietudine sciropposa di Stranded Pearl), mantenendolo altresì debitamente a margine della
fin troppo potabile mulattiera intrapresa dagli ex-sodali Calexico (nelle pure carezzevoli brume di Pitch & Sway, con l’incalzante Without A Word – ai cori Neko
Case
– o tra gli stacchetti alcolici di Can
Do
– ospite il pupillo M. Ward).
E’ uomo generoso Gelb, prodigo di sorprese semplici ma genuine, capace di farcire l’impasto desertico con la misteriosa naturalezza di swing, blues, rumba, vaudeville e imprendibile psichedelia. Così come di recuperare una palpitante The Desperate Kingdom Of Lovedall’album più controverso di Pj Harvey, sviscerandone da par suo la cupa magia: ma gli unici a sorprendersi davvero saranno quelli che non conoscono abbastanza il cantastorie di Tucson. A costoro
vada la mia più accorata invidia, per ciò che ancora potranno scoprire e godere.

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