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7.4

Dopo quasi trent'anni di peregrinazione tra fatamorgane e miraggi, il passo sempre più denso eppure stranamente lieve, il gigante di sabbia marca visita per ripresentarsi diverso e rinvigorito. Oltrepassare se stesso, il proprio mito sfuggente, allo scopo di fissare un fotogramma iperreale di sé, perché dopo tanti dischi strascicati, bizzarri, diversamente affabili, è arrivato il momento di lasciare un'impronta forte sul presente. Come capitò, con premesse diversissime, al formidabile Chore Of Enchantment. Il qui presente Tucson quindi è quello che Howe Gelb e la sua combriccola di mariachi messicani e danesi (tra questi ultimi è compreso un violinista nato, pensa un po', proprio a Tucson) intendono come espressione espansa e ad alta definizione dell'entità gelbiana Giant Sand, per l'occasione comprensibilmente rinominata Giant Giant Sand.

Diciannove tracce che ne esplorano il ventaglio espressivo sulla scorta di un plot tra sogno e frontiera, al punto da indurre il buon Howe a definirla una "country rock opera". Falsariga su cui scorrono un programma ricco (diciannove tracce) ed eterogeneo, da cui restano fuori i clangori di inizio carriera ma tutto il resto più o meno trova posto, dalla cavalcata incalzante di Forever And A Day (tra violino, fisarmonica, slide, vampe di tromba e fantasmagorie cumbia) al jazz blues allusivo di Ready Or Not (da qualche parte tra Tom Waits e Julie Dexter), dal tex-mex strattonato surf di We Don't Play Tonight (chitarre twang e chorus dolciastro) al caracollare amniotico in un ventre mistico tra front porch e frontiera di Wind Blown Waltz, passando dall'ectoplasma latin-folk tra torpore e stravisione di Hard Morning In A Soft Blur alla purezza country folk strappalacrime  – con umori operistici in coda – di Lost Love.

Gelb si permette di invadere (o di riprendersi, se preferite) il territorio Calexico con la densità cinematica di Detained e The Sun Belongs To You, mentre Plane Of Existence ha il passo blando da zio filosofo del principe Billy o da nipote guitto di Johnny Cash. Poi, siccome in Howe tutto – la dolcezza, la malinconia, il guigno sferzante, lo spasmo balzano… – accade al cospetto di un mistero nero nascosto nella penombra, ecco il frutto inatteso, l'oltrepassarsi sornione, una Love Comes Over You che spazzola valzer jazzato tra deserto e palcoscenico come un Antony sotto peyote, oppure la jazz ballad di Not The End Of The World (stupenda la tromba sordinata e la folata orchestrale nel finale) come una liasion sbocciata tra paradiso e guittezza. In questo contesto accettiamo di buon grado anche quella specie di sigla conclusiva di Out Of The Blue, country doo wop a più voci, facilona e affabile come una versione glassata della Band.

Disco ispirato, prodotto con classe, che ha tutti i numeri per allargare il consueto bacino di utenza dell'ensemble dell'Arizona, cui possiamo solo rimproverare di soffocare il lato più grezzo, fragile e sconclusionato di Gelb, quello da hobo lo-fi minimale che scorgiamo appena in due schegge come Mostly Wrong e New River. Pegno inevitabile e, alla luce del risultato, oserei dire ragionevole.

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