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In quanti modi si può parlare di musica contemporanea? Risposta: quasi sempre nel modo sbagliato. O almeno è questa l’impressione che si ricava osservando il dibattito attorno alla musica contemporanea, quasi sempre incagliato nella stessa richiesta preliminare: “ma cosa vuol dire?”. Adesso potete applaudire di Giacomo Baldelli – emiliano ma residente da anni a New York, musicista (ha pubblicato tre album, tra cui l’ottimo New York City Tracks) e scrittore (Chiamo dopo del 2020 e Unforgettable del 2022) – prende le mosse proprio da qui, da questa domanda tanto diffusa quanto fuorviante. Lo fa per smontarla con pazienza e una certa dose di salutare, briosa e ironica insofferenza.
Il punto non è difendere la musica contemporanea in quanto tale, né tantomeno assolverla da presunti peccati di elitismo o autoreferenzialità. Il punto è più radicale: occorre interrogare il nostro bisogno di comprensione come criterio di valore. Baldelli suggerisce che l’ossessione per il senso, per la chiarezza, per la traduzione immediata dell’esperienza sonora in concetto sia il sintomo della diffusa difficoltà ad abitare l’ambiguità. Come se l’arte fosse chiamata sempre a rassicurarci, a restituirci un significato spendibile, a chiudere il cerchio.
Baldelli ricorre ad esempi che nella loro chiarezza non servono a stabilire gerarchie, ma a mostrare cortocircuiti: Mozart, Bach e Beethoven vengono tirati in ballo non come campioni di limpidezza formale, ma come territori ancora oggi attraversati da zone opache. Al tempo stesso, i Battiato e i De Gregori funzionano come dispositivi aperti, proprio perché la loro opera non si lascia inchiodare a un’interpretazione univoca, ma acquista senso proprio tenendo un piede nella zona opaca dell’ineffabile. La bellezza, sembra dirci Baldelli, non sta nel capire, ma nel muoversi dentro ciò che non torna del tutto.
Il discorso si allarga quindi alla pop culture, con una serie di paragoni che hanno il merito di chiarire senza smania di semplificare. Giudicare Shine On You Crazy Diamond e Stayin’ Alive con lo stesso metro, o aspettarsi dalla musica contemporanea ciò che pretendiamo da una canzone pop, è un errore di prospettiva prima ancora che di gusto. Come lamentarsi del mare durante una vacanza in montagna: il problema non è il paesaggio, ma l’aspettativa.
In questo senso, la formula secondo cui “la musica contemporanea sta alla classica come il punk sta al rock” funziona più come avvertimento che come slogan. Non si tratta di una rottura iconoclasta fine a sé stessa, ma di un diverso rapporto con il tempo, la forma, la ripetizione. E se l’idea di musica contemporanea come enclave accademica e inaccessibile è sopravvissuta così a lungo, Baldelli non assolve del tutto chi l’ha abitata, riconoscendo come, a tratti, si sia calcata troppo la mano nel difenderne l’esclusività.
Uno dei passaggi più interessanti del libro riguarda il rapporto tra musica e visibilità. L’evocazione di un Luciano Berio protagonista in prima serata televisiva non ha nulla di nostalgico: è la constatazione di una frattura storica. A partire dagli anni Settanta, la musica colta e contemporanea scivola progressivamente ai margini, mentre il centro viene occupato da una cultura dell’evento – spesso dell’iperevento – che misura il valore in termini di capienza e numeri. In questo quadro, la musica di ricerca non è mai stata davvero sostenuta, ma al massimo, ahinoi, tollerata.
Baldelli insiste poi su un punto tanto semplice quanto rimosso: la musica contemporanea va ascoltata dal vivo. Non per purismo, ma perché la dimensione performativa – gesto, corpo, spazio – è parte integrante dell’opera. L’ascolto domestico, mediato e isolato, restituisce solo una porzione dell’esperienza. In questo senso il Covid, più che inaugurare una crisi, ha accelerato una tendenza già in atto: meno partecipazione, più consumo. Meno vissuto, più catalogo. La vita emotiva come esperienza d’archivio.
Quando poi si entra nel merito del “cos’è”, si conferma l’abilità di Baldelli nel rendere comprensibile anche i temi più ostici. Emblematica, in questo senso, la riflessione sul tempo “stazionario” del minimalismo, spiegato attraverso la metafora di un Forrest Gump costretto a correre in tondo in una pista d’atletica: la sua leggendaria maratona attraverso gli U.S.A. sarebbe diventata così un movimento senza direzione, un divenire apparente, il ritorno incessante al punto di partenza come in un Monopoli nevrotico. Più che una spiegazione, una suggestione, un modo per chiarire senza chiudere il discorso, restituendo una concezione del tempo che destabilizza chi è abituato a pensare la musica come narrazione e progresso.
La seconda parte del volume fornisce una guida all’ascolto per atterrare sul pianeta della musica contemporanea senza rompersi le ossa: scorrono così pagine limpide e appassionate dedicate a composizioni di John Cage, Philip Glass, Eve Beglarian, Arvo Pärt, Laurie Anderson, Krzysztof Penderecki, il succitato Berio e via discorrendo, elenco che nella terza sezione trova una gustosa propaggine nei suggerimenti di ascolto affidati ad amici e colleghi musicisti (senz’altro una playlist più ricercata, ma proprio per questo anche più intrigante).
In definitiva, Adesso potete applaudire è una lettura che ha il dono della leggerezza malgrado la densità del tema (un merito non da poco), ma non lo definirei affatto un libro accomodante. Di certo non offre scorciatoie, né chiede indulgenza. Piuttosto, mette in crisi una postura diffusa: quella che confonde la comprensione con il controllo e l’ascolto con il consumo. In un panorama culturale che tende a premiare ciò che si lascia spiegare – e catalogare – facilmente, Baldelli rivendica l’opacità come valore critico e il disallineamento come condizione fertile. L’applauso, certo, è concesso. Ma arriva solo dopo aver accettato che non tutto debba tornare.
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